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          GLI ARTICOLI DI GLMDJ
Attualità di L. BASSO del 07/05/2015 14:19:56
Più ‘palle’nell’agire

 

Meno ‘palle’ nelle interviste. Più ‘palle’nell’agire

Chi, nella vita, ha visto almeno un film poliziesco, lo sa.
Da che mondo è mondo, per raggiungere il suo scopo, il protagonista è quasi obbligato ad interfacciarsi con il “lato oscuro”. Sia esso rappresentato da un informatore che bazzica le zone malfamate della città, o vesta i panni di un anziano Boss mafioso, come spesso capita nelle avventure dell’amatissimo Commissario Montalbano, l’eroe buono spesso ha bisogno del male per combattere il male stesso.
Nel mondo reale questo sicuramente avviene. Purtroppo, però, a volte si sviluppano anche sinergie perverse. A volte i “buoni” si alleano con i “cattivi” per portare a compimento azioni criminose. Quando, addirittura, non sono essi stessi ideatori e fautori di operazioni delittuose al riparo delle loro divisa.
Il mondo del calcio, da sempre specchio della nostra società, non sfugge a queste regole malsane.

Quello che è avvenuto a contorno del Derby della Mole è ancora vivo nel ricordo di tutti: assalto al pullman della Juve, lancio di bombe carta all’interno dello Stadio Olimpico… e come è logico, da quella stessa sera, tutti pronti a stracciarsi le vesti, a invocare la “tolleranza zero”, a chiedere leggi speciali e così via.

Andando indietro con la memoria di pochi giorni, nessuno avrà dimenticato l’azione dei vandali a carico dello Stadio di Varese che portò al rinvio della partita. O peggio ancora il raid degli ultrà al ritiro del Cagliari, con giocatori spintonati, insultati e schiaffeggiati.
E come non citare episodi ancora più eclatanti come i giocatori del Genoa obbligati a consegnare le maglie alla curva perché giudicati indegni di portarle, o l’ormai storico “Genny ‘a Carogna” che concorda coi giocatori del Napoli di lasciar giocare la partita, o al contrario gli ultrà giallorossi che chiedono a Totti, ottenendola, la sospensione del Derby.

Ogni volta il mondo delle società, delle istituzioni, si scontra con il variopinto mondo ultrà. Ma spesso lo scontro, nella nebbia dei fumogeni e dei lacrimogeni, diventa una sorta di malsana confusione… un mescolarsi di bene e male, di ordine e caos.

Quando, come raccontavo prima, gli ultrà del Cagliari fecero irruzione ad Assemini contestando la squadra, nessuno sa cosa sia realmente avvenuto al di là delle dichiarazioni ufficiali che parlano di “confronto acceso”. Ma voci di corridoio raccontano di spintoni, insulti e schiaffi a diversi giocatori, tranne che a Cossu e Conti. Che saranno anche chiacchiere, ma se uno ha la fascia da capitano con il logo degli “Sconvolts”, e l’altro ha un tatuaggio con il simbolo dello stesso gruppo ultrà, qualche dubbio ti viene.
Facciamo grandi discorsi nei talk show, riempiamo pagine di giornali, si promette ogni volta il pugno di ferro fingendo ogni volta di ignorare che questi legami, siano essi spontanei o meno, esistano.

Il mondo ultrà, spesso sfruttando quelle stesse norme studiate per contrastarlo, ha la possibilità di ottenere dalle società calcistiche quello che vuole. Non mi dai gli accessi gratis per tutto il gruppo? Bene. Alla prossima partita organizzo un bel coretto “Napoli colera” o “Se saltelli muore Balotelli” e ti chiudono lo stadio per due giornate. Tanto non possono arrestare tremila persone che cantano, ma intanto tu ti sei fumato gli incassi.
Per contro, il confine tra i due ruoli, quello di vittime di un ricatto e quello di complici, è spesso molto molto labile.

Perché con i mezzi a nostra disposizione qualsiasi società potrebbe sapere vita, morte e miracoli di ogni singola persona che entra in uno stadio, e beccarla anche se gli scappa un peto tra la folla.
Invece? Invece io stesso ho avuto la facoltà di entrare all’Olimpico (l’anno della serie B) con un biglietto nominativo intestato ad una certa Elisa (a scanso di equivoci precisiamo che sono un metro e ottanta con corporatura da rugbista, pizzetto e voce baritonale).
O per tornare a fatti più recenti, incastriamo un assassino con filmati che dimostrano qualsiasi cosa abbia fatto col suo furgone dalla mattina del giorno del delitto, ma non siamo capaci di individuare con certezza quattro pirla che lanciano (o fabbricano, secondo le due versioni) una bomba carta in uno stadio che ha più telecamere che il Pentagono.
Intendiamoci: non parlo di situazioni estreme dove si interviene per evitare danni peggiori.

Io che ho qualche capello bianco ricordo ancora quella sera di follia.
Doveva essere una festa, ma l’alcool e la bestialità umana di colpo la trasformarono in una tragedia, e quell’uomo dalla voce pacata fu costretto a fare quell’annuncio al microfono: “State calmi. Non rispondete alle provocazioni. Noi giochiamo per voi”.
39 corpi erano già distesi sull’asfalto sotto a dei teli, e non ho alcun dubbio che quella scelta, per quanto impopolare, permise che i morti non fossero molti di più, consentendo alla disorganizzata polizia belga di prendere –seppur tardivamente- provvedimenti.

Credo però che a nessuno sfugga l’enorme differenza che passa tra una situazione così borderline e i piccoli gesti di tolleranza, di… lo dico? Vabbè, lo dico: omertà di cui ogni giorno il nostro calcio si copre.
Potrà sembrare duro o complicato, ma iniziamo da parte delle società ad inibire l’accesso agli stadi ai “soliti noti”. Spendiamo qualche soldino e installiamo una telecamera in più, assoldiamo uno steward in più. Mi fai chiudere la curva per ripicca con un coretto deficiente o con un petardo in campo? Ok. Intanto domenica prossima te ne vai al parco con il cane. E anche quella dopo. E quella dopo ancora.
E il tuo posto sarà preso da un papà col bambino, che non vede l’ora di fargli vedere dal vivo la rabbia agonistica di Tevez, i guizzi di Salah, l’eterna giovinezza di Luca Toni e Totò Di Natale che finora ha dovuto vedere solo in televisione.
Il discorso è tutto qui, signori. Meno “palle” nelle interviste. Più “palle” nell’agire.
Ce la farete?



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