Quelli di voi che ricordano le avventure di Carlino e della Pisana non temano, non ho la minima intenzione di parlarvi di Ippolito Nievo. Per questo scritto, prendo invece spunto dalle manifestazioni di giubilo seguite in alcune aree depresse della nostra bella Italia, dopo le ventitré del sei giugno ultimo scorso.
Queste manifestazioni sono state la parte sguaiata, volgare, volutamente offensiva nei nostri confronti, da parte di chi non si accontenta che il “nemico” da cui ricevono schiaffoni sportivi da tempo immemorabile e che alza mediamente un trofeo l’anno, abbia perso con onore sul tetto del mondo mentre loro si accontentano di locali trofei di cartone, di vittorie alla Playstation o di altri passatempi onanistici. Non si accontentano della sconfitta dell’abituale vincitore, di chi li sovrasta sportivamente per successi, fatturato, stadio, seguaci, e quindi via ai caroselli e ai fuochi artificiali, insoddisfatti del credere di aver avuto parte nella sconfitta mediante il loro gufare divanesco. Insomma, cos’è ‘sto gufare?
“Gufo, sostantivo maschile. Nome comune di diversi uccelli rapaci notturni della famiglia degli strigidi. Gufo reale (Bubo bubo), il maggiore dei nostri rapaci notturni, lungo sino a 70 cm, prevalentemente bruno-rossiccio a macchie scure; è provvisto di due ciuffi di penne sopra gli occhi e di diti completamente piumosi”(da: G. Devoto e G.C. Oli, “Il dizionario della lingua italiana”, Le Monnier, Firenze, 1995). Così il principe dei dizionari italiani tratta il gufo, simpatico animale purtroppo da secoli ritenuto portatore di sfortuna. Prima testimonianza in tal senso quella di Apuleio, scrittore latino di origine africana, ma di cultura greca, vissuto tra il 125 e il 180 dopo Cristo. Nel suo “Asino d’Oro” riportava come il gufo che volasse di notte attorno ad una casa, fosse predizione di eventi luttuosi. Da allora vari Autori hanno ripreso questa credenza popolare e anche se non è riportato nei vocabolari più importanti, per traslato, il verbo gufare, sta a indicare l’atto di portare sfortuna: in caso di gara sportiva, rappresenta l’esatto contrario di tifare.
Perché vi ho annoiato con queste elucubrazioni biologico-letterarie? Per la chiarezza. Perché in questo periodo di dissimulazioni e falsità, di mafiosi che confessano e politici che se ne guardano bene, ho deciso di fare outing non sessuale. E lo faccio dichiarando senza tema e a voce alta la mia professione di gufista: le partite delle altre squadre io non le guardo dal divano, ma dal trespolo. E dal mio trespolo, gufo. In campo nazionale gufo prevalentemente l’Inter e con minor impegno Fiorentina, Livorno e Lucchese. Nelle coppe europee, senza dimenticare la Toyota Cup, gufo tutte le squadre italiane che non indossino la maglia bianconera, Udinese inclusa. Gufo alla luce del sole, gufo senza ritegno, gufo con impegno, gufo seriamente. Infischiandomene alla grande dei posti per le squadre italiane nelle coppe internazionali, fregandomene che quelle squadre rappresentano l‘Italia, disinteressandomi del consumo di energie fisiche e mentali per il campionato italiano. Gufo e me ne strafrego. Tanto, quand’è la Juve a giocare in Europa, nonostante false dichiarazioni in proposito, tutti, dico tutti, apertamente, dissimulatamente o anche negandolo, gufano. Tutti. E più si autocertificano da Signori, da Superiori, da Sportivi, più gufano. Magari, non contenti, per poi scrivere sui muri grazie a questo e grazie a quello o fare fuochi d’artificio o caroselli notturni per le strade.
Da quando una persona da una vita nelle helping professions, ammodo, generosa e rispettosa del prossimo si comporta in modo così non signorile, non consono allo Stile Juventus? Ve lo rivelo con una precisione assoluta: è dalle ore 02.45 del 26 maggio 1983 che ho detto seppellito le buone maniere, mandato al diavolo l’elegante signorilità, la sportività e il savoir-faire. E’ da quel 26 maggio 1983, il giorno dopo Juventus-Amburgo che, scaricato dal un charter olandese all’aeroporto di Pisa proveniente dalla città dell’acropoli, e fatti i due passi che mi separavano dalla casa dove allora abitavo, sul muro del giardino trovo un bel “Grazie Magath”, la mamma di tutti gli sfottò postumi. Che mai avevo fatto per meritare tale presa per i fondelli e dover ridipingere il muro? Assolutamente niente: sempre tifo a favore del made in Italy, fosse vino, fossero scarpe o squadre di calcio. Da allora, chiuso: tutte affanculo, giocassero perfino in un triangolare con partite di quarantacinque minuti organizzato in Lussemburgo, con Andorra e San Marino.
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