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          GLI ARTICOLI DI GLMDJ
Attualità di M. LANCIERI del 04/12/2015 09:00:28
Le solite lacrime interiste

 

Ci risiamo. È stato sufficiente che gli interisti annusassero le prime posizioni della classifica dopo anni di mediocrità seguenti ai fasti post-farsopolari e sono tornati alle vecchie abitudini.
La quattordicesima di campionato proponeva la gara in posticipo tra le due attuali prime della classe: pur mancando ancora 24 incontri, era interessante saggiare il valore di Inter e Napoli in uno scontro diretto, con la seconda che tra le mura amiche aveva la possibilità di scavalcare la prima. Sono bastati pochi secondi e le cose si sono messe subito bene per i partenopei, con il solito Higuain che approfittava di una dormita difensiva dei nerazzurri ed insaccava un gran gol rasoterra.
Dopo il vantaggio, i padroni di casa restavano anche padroni del gioco, dimostrando di avere idee più chiare degli avversari e cercando il raddoppio con buona intensità. Gli interisti, da parte loro, si arrangiavano come potevano, mantenendo lo svantaggio minimo e probabilmente sperando in un calo dei partenopei.

Poi succede il "fattaccio": Nagatomo subisce due ammonizioni nell'arco di 9 minuti, tra il 35' e il 44', lasciando la sua squadra in dieci. A velocità normale, entrambi i falli sembrano nettamente da ammonizione. Con il replay, qualche dubbio sul primo è legittimo: Callejon pare accentuare (se non simulare) gli effetti del contatto, ma l'arbitro decide per il giallo. Il secondo giallo, invece, è sacrosanto: Nagatomo entra in ritardo di un'ora falciando l'avversario in maniera vistosa. Per l'arbitro è impossibile non estrarre il cartellino: se lo avesse risparmiato, cosa avrebbero detto (giustamente) i napoletani?
Poi è andata come tutti sanno, con i Higuain che si inventa il raddoppio e il Napoli che prima si rilassa e successivamente si spaventa, facendosi quasi raggiungere dagli ospiti allo scadere e ringraziando Reina e i pali per avergli evitato la più amara delle beffe.

A fine partita, ci potevamo aspettare che l'allenatore interista se la prendesse con la dea bendata, che ha battuto cassa dopo averlo aiutato in tante altre occasioni, oppure che riconoscesse l'ingenuità di Nagatomo, autore di un intervento assurdo dopo essere stato ammonito. E invece no: Mancini, come da vecchie abitudini, attacca a testa bassa l'arbitro e se la prende anche con chi non si dimostra accondiscendente in merito ai suoi sproloqui. E non è l'uscita estemporanea dovuta alla concitazione del momento: è una linea ben precisa che conserva anche successivamente.

È un film già visto e rivisto: un atteggiamento metodico, che negli anni precedenti a farsopoli contribuì a creare quel "sentimento popolare" fondamentale per la distruzione degli avversari e l'appropriazione di una leadership mai raggiunta sul campo. Una ritualità cominciata ancora prima che l'allenatore dai "belli capelli" arrivasse alla corte di Moratti e che ebbe il proprio apice in alcuni falsi storici come il mancato rigore a Ronaldo che avrebbe impedito all'Inter di vincere lo scudetto (mentre in realtà non solo era dietro alla Juve in classifica prima di quella partita, ma era già in svantaggio anche in quell'incontro, tanto per cambiare...).

L'unico problema della brigata nerazzurra è che questa volta gli avversari non sono i soliti bianconeri: dovranno fare i conti con chi ha una laurea ad honorem in lamentite e quindi conosce bene la materia. Infatti, Mancini ha variato il suo stile abituale: se una volta gli arbitri lo danneggiavano per aiutare la Juve, adesso lo fanno per una tendenza di difficile spiegazione. Gli lasciano la squadra in dieci per il gusto di farlo, perché gli piace sventolare cartellini rossi. Tesi un po' difficile da accettare, ma se c'è qualcuno che parla ancora dei rapimenti di Moggi, fa bene il Mancio a provarci: mai dire mai!

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