La Juventus ha vinto e strameritato il suo quinto scudetto di fila, il trentaquattresimo della propria Storia. Apriamo subito una parentesi su questo ultimo numero: trentaquattro. Ripetetelo forte, includete sempre quei due sacorsanti scudetti che l'Italia antijuventina vuole sottrarre alla Storia bianconera. Perché
è bello tweettarlo in inglese con il 5 al posto della esse, ma poi conta difendere quella in italiano con la "S" maiuscola.
Il campionato 2015/16 porta con sé altri record, come d'abitudine negli ultimi cinque anni. Nessuna squadra aveva mai vinto lo scudetto partendo così male e recuperando tredici punti alla prima. Record di squadra, come la serie positiva più fruttuosa (ancora aperta): ventiquattro vittorie e un pareggio su venticinque. E primati personali come il nuovo record di imbattibilità per Buffon: 974 minuti senza subire gol (porta tra l'altro violata solo grazie a un rigore).
C'è però un momento in questa stagione che va ricordato più del gol di Cuadrado nel derby d'andata, più del godurioso gol di Zaza contro il Napoli nella gara che ha sancito il sorpasso in vetta alla classifica. Quel momento è il dopopartita di Reggio Emilia. Lì capitan Buffon fece quello che non fu niente altro che un pubblico cazziatone a tutta la squadra. Ancora per tre partite non si vide una bella Juve, fino alla gara casalinga col Milan infatti non fu una squadra brillante. Dopo il Sassuolo il capitano si è accollato uno degli oneri della fascia che porta e, aiutato dagli altri senatori (incluso Evra che ha pubblicamente ringraziato nei giorni scorsi), si è moralmente caricato la squadra sulle spalle e l'ha tirata via da una situazione francamente imbarazzante.
In quel momento c'era bisogno di qualcosa di straordinario e di fare autocritica: dire che la Juve così com'era non poteva continuare ad essere. In altre squadre tutto ciò avrebbe rappresentato un rischio, quello di far precipitare ancor di più la situazione,
nella Juve invece la probabilità più concreta era che si tornasse a fare cose straordinarie, come ordinariamente si fa da cinque anni. Cose che ha fatto quasi sempre nella sua Storia.
Ed e tutta un’altra storia rispetto a quel Buffon, post mondiale del 2010, a cui non risparmiammo critiche feroci, pur se ben motivate. Era il periodo della delusione di un mondiale finito ancor prima di cominciare per lui e durato un battito d’ala per la Nazionale campione del Mondo in carica.
Era il periodo di una Juve impoverita dalla gestione Blanc/Cobolli in cui probabilmente Gigi Buffon stava vedendo scorrere i titoli di coda delle sue ambizioni, al fianco di quelle di una possibile rinascita di una Juve competitiva. L’assenza al raduno e al ritiro (non tanto per allenarsi, ma per presentarsi quale capitano al mister Delneri), cosi come quel sorriso rassegnato ad un gollonzo subito da Gattuso in un match perso contro il Milan, erano qualcosa più di un dubbio sulla parola fine ad una grande carriera, erano la resa di un ipotetico leader dello spogliatoio.
Ma i campioni, quando sono assoluti, riservano sempre dei magnifici colpi ad effetto: sono bastate le parole, gli stimoli, la grinta, la voglia di stupire di un allenatore dal DNA bianconero, a risvegliare il sacro fuoco del fuoriclasse, ritornato ad altissimi livelli in campo, con la statura del Capitano anche fuori dal rettangolo di gioco. Quest’anno poi sono storia recente il record di imbattibilità e le parate pazzesche, che comunque vengono dopo le parole che hanno dato il la alla riscossa
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