Qualche giorno fa è andata in onda su Sky un'intervista al presidente della Juventus. La formula, come fatto notare da altri, ricordava quella del "uno contro tutti", ma proprio "contro" non era. Mettetevi comodi e rilassatevi, non andiamo a criticare in modo precostituito l'intervento di Agnelli, faremo solo qualche riflessione.
Il presidente bianconero ha dato risposte spesso sensate e ha usato sempre toni da "casa Agnelli". È capitato in occasione delle domande su Tavecchio, laddove ha mantenuto la linea della coerenza nel criticare alcune scelte di politica sportiva, ma non ha affondato il colpo come già in passato. Più pungente è stato verso i colleghi della Lega di A, quando ha ricordato che qualcuno gli ha rimproverato
«sei abituato ad innovare, noi dobbiamo proteggere» (sembra quasi di sentire Lotito).
Ha fatto la cosa aziendalmente corretta cercando di non scavalcare le competenze di Allegri, Paratici, Nedeved e soprattutto Marotta. Un rispetto per i ruoli che gli ha permesso di non rispondere alle domande sul calciomercato e sul futuro di Pogba. Un po' però si è tradito quando ha ammesso che la competitività passa attraverso la necessità di avere in squadra uomini immagine e implicitamente confermando il bisogno non solo tecnico di dover tenere Paul e Dybala, che permettono di veicolare l'immagine della Juve nel mondo.
Sono stati toccati anche temi politicamente delicati come la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024 e, argomento ancor più delicato nel mondo juventino, i rapporti con Conte. Ma qui ci addentreremmo in campi politici e socio-juventini che definire minati è poco.
Ci sono anche cose sulle quali ovviamente non siamo d'accordo.
«Tra le rose degli ultimi sei anni, senza scomodare quelle del passato, è probabilmente la Juventus più forte e completa che abbiamo avuto». A parere di chi scrive, per tecnica, maturità e consapevolezza la Juventus dello scorso anno è superiore a tutte le altre. Ma sono opinioni personali. Opinioni alle quale si affianca la fondata speranza che l'ulteriore crescita dei vari Dybala, Rugani, Lemina, eccetera possa porre quella del prossimo futuro davanti a tutte quelle di questa generazione.
Si potrebbero fare mille altre considerazioni sull'intervento di Agnelli, dalla conferma che alla Juventus non cambierà l'azionista di maggioranza (
«Se qualcuno volesse comprare la Juventus? Abbiamo il 63% della Juventus e così è, non può venire nessuno»), alla politica di privilegiare sempre uno zoccolo duro di calciatori italiani, o, per esempio, le parole di stima per Saputo del Bologna e Pallotta della Roma. Su tutto si può essere più o meno d'accordo.
Quello che ci ha lasciato perplessi però è che sia l'intervistato,
sia soprattutto gli intervistatori abbiano evitato di toccare il tema calciopoli con le conseguenze politiche e soprattutto giudiziarie che sono ancora vive ed attuali. Unico accenno questo:
«Nel 2006 abbiamo avuto un momento di fortissima discontinuità, da allora il calcio italiano ha perso di competitività perdendo molti treni fondamentali». Nessuno dei presenti ha approfittato dell'assist per chiedere della richiesta risarcitoria di Gazzoni o del famoso ricorso circa la
“mancata parità di trattamento” che verrà discusso il prossimo 18 luglio davanti al TAR del Lazio. Delle due l'una: o c'è stato un accordo pre-intervista per evitare l'argomento, o vi è il desiderio comune (anche ad Andrea Agnelli?) di
«voltare pagina» (copyright Cobolli Gigli).
Qui si spera sempre per il meglio per la Juventus, ma «amore e passione» senza quel pezzo di Storia bianconera suonerebbe ancora una volta come mero spot per il tifoso-cliente.
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