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Attualità di G. GALAZZO del 29/06/2016 09:12:19
Messi, il campione può perdere

 

Chi sia Mina non c’è bisogno di dirlo alla generazione dei Vasco, forse neppure a quella dei J. Ax, Fabri Fibra e Fedez. Piu facile sicuramente è “ chiedersi chi erano i Rokes”, ignoti anche a me che qualche lustro, nel carniere, lo ho.

Proprio qualche lustro fa, mia madre, ben conscia di aver messo al mondo un figlio tanto testardo, quanto tenacemente grintoso da meritarsi il soprannome dii “ringhio” ben prima di Gennarino, mi cantava spesso le strofe di due canzoni “ non gioco più” dell’eterna Mina e “bisogna saper perdere” dei più estemporanei Rokes.
Le cantava a quel figlio testardo, quando il compito a casa non riusciva al primo tentativo, quando nella gara di nuoto toccava il bordo piscina mentre gli altri erano già con il sedere sul pullman, oppure quando, con i lucciconi agli occhi, capiva che la Juve avrebbe perso.
Ma quel bambino, poi quel ragazzotto, non ha avuto in dono un gran talento, se non la perseveranza di non mollare mai; non ha avuto, senza quel gran talento, echi di popolarità tali da diventar simbolo di un popolo, l’immagine del riscatto di una nazione, l’aspirazione a voler “ ìdiventare come lui.”
Quel ragazzotto ora è un uomo ( si fa per dire) che ha imparato a lottare, a saper cogliere il valore delle piccole vittorie e sconfitte che la vita ti destina, ma non si chiama Lionel Messi. Il più forte giocatore in attività, uno dei più forti in assoluto.

E senza la pretesa di voler condannare una scelta personale, probabilmente frutto delle pressioni che avverte giocando con la maglia della sua nazione, viene naturale chiedersi perché un campione, il campione, non accetta la sconfitta’, perché, pur di non veder vincere gli altri, abbandona la maglia a soli 29 anni?
Messi forse conosce Mina, non credo conosca i Rokes, di sicuro soffre maledettamente gli insuccessi della “celeste”; si può comprendere una scelta simile?
Io, assieme a quel ex ragazzotto, dico di no; e lo dico perché, tra tutti quei bambini che nella sua terra e nel mondo vestono la sua maglia numero 10 dell’Argentina, tra tutti quei disperati che lottano ogni giorno per vincere contro una vita di stenti e attendono un suo gol, per urlare al mondo il loro minuto di gioia, uno in particolare andrebbe ricordato.

Una maglia più grande di lui, un viso sporcato dalle sofferenze e dalla paura di un viaggio orribile lontano da una guerra: caro Messi, quel bambino meriterebbe che tra l’uomo e il campione, vinca sempre l’uomo.
Il campione può perdere.

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