Sono i giorni in cui nelle sale cinematografiche esce l'agiografia del binomio Agnelli-Juventus. Un legame che ormai si perde nella notte dei tempi e che rimane saldo per quanto attiene alla titolarità azionaria, ma che affettivamente si è spezzato con la morte dell'Avvocato e del Dottore. Una frattura che si è clamorosamente palesata quando nel 2006 nessuno dei giovani eredi ha mosso un dito per la Juventus. Nessuno fu mosso da "amore e passione" per i colori bianconeri.
Dalla premiere dell'agiografia in questione è emersa una frase di John Elkann (pare contenuta nella pellicola) riferita proprio a calciopoli:
«La situazione si trasformò in una grande guerra contro la Juventus. Non c'è dubbio che il direttore Luciano Moggi si era montato la testa». La metafora bellica potrebbe anche piacerci, ma non si possono ignorare due cose. La prima è che non di guerra si trattò, ma di esecuzione in grande stile.
Una pulizia cruda e sistematica della recente storia juventina. Per tutte le nefandezze giuridico-sportive si è parlato di abominio. Per la prepotenza (da parte di chi poi!) etico-sportiva io dico che è stato null'altro che un massacro contro una squadra e una società inerte e disarmata.
In secundis: di guerra si può parlare quando ci sono due forze che si confrontano e si battono. Nel nostro caso una combatteva potendo contare su formidabili strumenti che orientavano e armavano il sentimento popolare, l'altra rimaneva
«vicina alla squadra e all'allenatore». Vedendo poi come occasione di purificazione (de che?!!) la discesa in cadetteria.
L'ora segnata dal destino batteva nel cielo della nostra patria... Se ritorno con la mente alle barricate rancorose del 2006, non scorgo il soldato John combattere con noi. Ricordo solo che un giorno tra la fine di agosto e l'inizio di settembre ci dissero
la società bianconera, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro i conclamati «almeno quattro illeciti sportivi» (Zaccone dixit), nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure (penalizzazioni) alla squadra e all'allenatore, ha chiesto il patteggiamento alla Procura federale comandata dal Dott. Stefano Palazzi. La richiesta, "Serie B con pena congrua", è stata accolta. Conseguentemente, ogni ricorso incardinato presso il TAR del Lazio deve cessare da parte della società juventina e ogni rivendicazione rancorosa deve essere dismessa dai tifosi bianconeri in ogni luogo. La FIGC reagirà ad eventuali antipatici progetti di vittoria e provenienti da qualsiasi allenatore". Jaki quindi non era dei nostri nel 2006, come non lo era il cugino Andrea. Vabbè, questo non si può scrivere. Si può però scrivere che oggi, invece di ridare la dovuta dignità alla Storia juventina e cercare giustizia come reclama (una buona parte) il popolo bianconero, ci propinano il film su sé stessi. Un po' come quella regina che avrebbe detto
"se i sudditi non hanno pane che mangino le brioches!" .
Vuoi mettere cinque brioches, la sesta già all'impasto, con quei due tozzi di pane?
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