Fino a qualche anno fa, c'era solo una squadra con la quale, nonostante si fossero disputate tante battaglie con esiti alterni, la Juve poteva avere in un certo senso "affinità": era il Milan.
Certo, si trattava di situazioni totalmente diverse: se
i bianconeri rappresentano da sempre l'eleganza torinese perfettamente incarnata nell'Avvocato, quello "stile Juve" peculiare di una squadra capace di vincere 34 scudetti in maniera tanto naturale da rendere ogni vittoria quasi scontata,
i rossoneri erano i borghesi arricchiti, rampanti, ai quali le vittorie sul campo non potevano comunque donare quella regalità impossibile da comprare, neppure con tutti i soldi che il loro presidente destinò alla causa dalla fine degli anni '80 all'inizio del nuovo millennio.
Eppure, nonostante un DNA tanto diverso, tra le due squadre e anche tra le due tifoserie correva un fil rouge determinato dalla mentalità vincente di entrambe. Nello sport (e non solo),
chi vince è abituato a riservare un particolare rispetto per gli altri vincitori, perché sa bene quali siano le difficoltà che bisogna superare per arrivare al successo: il Milan, dopo un lungo apprendistato di mediocrità, si era elevato al rango di vincente, imparando un poco alla volta a rispettare chi lo era da molti più anni. Certo, era servito tempo, passando per figuracce come quella di Marsiglia, e alcuni protagonisti rossoneri non sono mai riusciti a togliersi di dosso completamente certe abitudini tipiche dei perdenti (l'esempio più plateale in tale senso l'ha sempre dato il guitto Galliani, ma del resto non si può pretendere troppo da chi cambia fede calcistica in età avanzata per puro interesse personale), ma
tra i rossoneri capitava spesso di parlare con qualcuno che non ragionasse come un tifoso interista, romanista o napoletano: da perdente a caccia di alibi.
Ora è ufficiale: dopo sei anni di insuccessi su ogni fronte, dovuti al totale disinteresse del loro patron storico, la riconversione alla mentalità perdente che aveva caratterizzato i rossoneri fino a metà anni '80 è completata.
I milanisti sono tornati ad essere come gli interisti, i romanisti e i napoletani: accattoni (sportivamente parlando), che pretendono regali a non finire, pur di strappare (rubando) un punticino allo Juventus Stadium, e che poi sbraitano pateticamente se all'ultimo secondo il sogno svanisce, con tanto di distruzione dello spogliatoio avversario. Poveretti.
Anziché prendersela con la propria società che sta diventando una barzelletta cinese, hanno realizzato una pietosa metamorfosi, trasformandosi da invincibili protagonisti del panorama calcistico italiano ed europeo in miseri epigoni di Gigi Simoni o Maurizio Sarri: ridicoli lamentosi, che piagnucolano con il "sistema" (che negli ultimi 6 anni gli ha concesso "solo" 52 rigori a favore e 18 contro, mentre alla Juve ne ha assegnati 26 a favore e 25 contro), inanellando un rosario di alibi e scuse patetici.
Egoisticamente, dovremmo essere felici di assistere al naufragio dell'unica avversaria degna di tale nome degli ultimi 30 anni, ma non possiamo esserlo.
Rattrista assistere alle evoluzioni di tanti amici che una decina di anni fa si sentivano i padroni del mondo e adesso sembrano accattoni all'ombra del Duomo. Le vittorie assumono tanto valore quanta più consistenza hanno gli avversari che si sono battuti e il diamante rossonero dei tempi che furono si è tramutato in stracchino: batterli ormai è tutt'altro che un'impresa.
Requiem aeternam.
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