Di CrazeologyLa sconfitta di Cardiff è una delle più grandi umiliazioni subite nella storia dalla Juventus. Ma non è solo una grande sconfitta, per me è l’ennesima sconfitta che ha chiuso un vero e proprio ciclo di tante finali perse in quel preciso torneo. Molti tifosi chiamano quella coppa “la maledetta”, e in effetti così è stato finora, anche perché spesso le finali, per quello che riguarda esclusivamente il campo, sono state condizionate da fattori inattesi e spesso cupi, (la mancanza di Nedved in quella contro il Milan, un gol in fuorigioco di un attaccante madrileno, lo squadrone Juventino che in molte occasioni si è incredibilmente trasformato in una banda di zombi, e via così).
Devo ammettere che purtroppo a questo stato di cose mi sono ormai abituato, da anni, e di solito non pretendo più niente, tanto che già la finale del 2015 contro il Barcellona l’ho vissuta con un certo distacco. Ma questa volta si è ripetuto qualcosa che non mi sarei mai aspettato, ossia un fatto tragico legato alla visione della partita. Fatto tragico che non ha accompagnato la finale in modo diretto, come fu per l’Heysel, bensì è avvenuto in una condizione di semplice visione della partita stessa in una piazza. Due cose completamente diverse, ma entrambe tragiche e legate indissolubilmente con la finale di un prestigioso torneo dove giocava la Juventus. Questo, a mio modesto avviso, per quello che è il mio modo di sentire la vita, è stata la mia vera sconfitta da Juventino.
E’ molto difficile da spiegare, ma mentre al terzo gol del Real Madrid ho spento il televisore e sono andato al lavoro, come previsto, con buona musica nell’autoradio in macchina (sapevo che sarebbe di nuovo finita così, quindi mi sono limitato a qualche momentaneo doveroso insulto ai giocatori e a qualche fisiologica imprecazione), alla notizia che Erika Pioletti non ce l’aveva fatta (notizia di molti giorni dopo), mi sono sentito davvero sconfitto. Mentre la condizione di emergenza bene o male procedeva lentamente verso il meglio per tutti i tantissimi feriti, la morte di Erika è stata una improvvisa pugnalata vera e propria. E, oltre alla tristezza, senza nessun preavviso mi è arrivato addosso anche un profondo senso di colpa. Il motivo non saprei spiegarlo, visto che non ero nella piazza, visto che non lavoro nelle forze dell’ordine, visto che non sono io ad aver organizzato l’evento, e visto che coi fatti io non c’entro assolutamente nulla. Eppure il fatto stesso che Erika, che del calcio non gli interessava nulla, fosse partita da Domodossola e avesse accompagnato il suo fidanzato a vedere la mia squadra del cuore in un maxi schermo, in una piazza della mia città, e avesse trovato la fine della sua vita, è stato più che sufficiente a fare sentire in colpa anche me. La morte di una delle persone più innocenti (calcisticamente parlando) presenti sulla piazza, non è cosa che riesco a digerire.
Ora, io non so di preciso cosa succederà in futuro riguardo a tutta questa triste vicenda (ho paura che, come sempre nell’italietta delle mille calciopoli, finisca tutto a tarallucci e vino), ma so una cosa abbastanza precisa: questa coppa non mi interessa più (almeno per qualche anno non ne voglio più sentir parlare), di Kiev non me ne può fregare di meno, e la prossima finale di CL, ovunque sia, non la guarderò, perché questo senso di colpa che ancora mi sento addosso è un’esperienza che non voglio ripetere. Detto tutto ciò, ovviamente, la vita va avanti, il calcio anche, e la Juve anche.
Io però, nel mio piccolo, vado avanti a modo mio. Parlare ancora di Juve sì, certamente, ma il tutto va calato nella realtà, dove
prima vengono le cose davvero importanti. E che la Champions League vada pure serenamente in altre bacheche. Ciao Erika, mi dispiace tanto. Da lassù, mi/ci perdonerai mai?
Foto dell'area posta sotto sequestro (Piazza San Carlo - Torino) 


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