Il processo sportivo a carico del presidente della Juventus e di due suoi dipendenti (uno già ex) non è di difficile comprensione. Da una parte, c'è la procura federale, che accusa la società bianconera e i suoi vertici di aver ecceduto nella vendita di biglietti, favorendo con ciò un gruppo di tifosi i cui capi erano vicini a esponenti della criminalità calabrese trapiantata al nord. Dall'altra, c'è la presidenza e il management bianconero, che ammettendo una tenue violazione delle norme in materia, fanno notare che la vendita di biglietti in soprannumero fosse dettata dalla necessità di garantire l'ordine all'interno dello stadio e che i conseguenti rapporti con i capitifosi erano incentivati e sollecitati dalla Questura, sempre per motivi di ordine pubblico. Tutte le altre ricostruzioni circa la consapevolezza di favorire la criminalità organizzata sono state rispedite al mittente.
Per fugare dubbi su possibili interpretazioni a posteriori, crediamo sia opportuno evidenziare prima della sentenza quelle che sono le nostre considerazioni su questa vicenda.
È stato di un certo sollievo constatare che questa volta non si sia percorsa la strada del
patteggiamento: vogliamo credere che sia l'abbandono di vecchie abitudini che hanno solo nuociuto alla Juventus e ai suoi tesserati. Speriamo che la politica dell'andare a dibattimento non sia stata sospesa solo ora che è stato tirato in ballo direttamente il presidente, ma che sia stata definitivamente accantonata.
Detto che se colpe vi sono state, queste andrebbero
condivise con gli Enti di pubblica sicurezza che hanno spinto in una certa direzione le decisioni della Juventus, ci appare opportuno far notare che tutta questa vicenda si genera anche per una certa
leggerezza del presidente bianconero: l'inseguire il consenso diffuso porta anche a dover accettare occasioni - sicuramente sporadiche o estemporanee - di incontri con personaggi con i quali le norme sportive vietano di relazionarsi. In questo sono forse mancati i dovuti filtri aziendali, atti a evitare contatti poi additati dalla giustizia sportiva.
Che dire della giustizia sportiva? Sempre pronta e solerte ad attivarsi quando c'è di mezzo la Juventus e sempre pronta ad applicare verso l'alto i limiti edittali previsti dalle norme. Ora, al di là di tutte le colpe di politica sportiva che attribuiamo ad Andrea Agnelli circa la gestione delle vicende derivanti da calciopoli, per integrità intellettuale non abbiamo alcuna difficoltà a ribadire quanto già altrove sostenuto: il suo nome sul banco degli imputati fa più
clamore di altri che magari silenziosamente acconsentono allo scavalco dei tornelli.
Il timore è che Andrea Agnelli non riceverà molti sconti dalla giustizia sportiva. Nonostante abbia evitato strategie negazioniste e abbia cercato di spiegare il motivo di quella che ritiene una piccola violazione, ritenuta ancor più piccola se rapportata alla necessità di mantenere l'ordine all'interno dello stadio.
Tuttavia, c'è un elemento che può far sperare il presidente bianconero: l'inusitato
consenso da parte di molte componenti calcistiche italiane che lo hanno di recente aiutato ad essere eletto alla presidenza dell'ECA. Anche gli organi giudicanti della FIGC potrebbero persuadersi della necessità di non calcare troppo la mano e far aderire il giudizio più alle tesi della difesa che a quelle dell'accusa.
Ci sia consentito far notare che quando chiedevamo (e chiederemo) intransigenza verso le inquisizioni federali, non era perché ci piacesse fare la guerra, ma perché eravamo e siamo tuttora convinti
che la strada del "volemose bene" non avrebbe trasformato i nemici della Juve in nuovi alleati, né mai li trasformerà. Le richieste di Pecoraro hanno confermato i nostri timori. Farsopoli avrebbe dovuto insegnare a tutto l'ambiente juventino che non basta fingere che quel che accade fuori dal campo non esista, perché poi se ne pagano le conseguenze. Invece, a molti sembra che il 2006 non abbia insegnato nulla, come pure il successivo processo a Conte, in cui la linea "patteggiante" societaria fu una totale disfatta. Ora vedremo come andrà a finire, ma ancora una volta a
farne le spese rischia di essere l'immagine e l'onorabilità della Juve, per cui noi continueremo sempre a batterci, contro tutto e tutti.
Ultima doverosa notazione è per il Procuratore federale, che sarebbe stato doveroso allontanare da un pezzo, per evidenti
limiti di terzietà, e invece continua imperterrito il suo lavoro a senso unico, come se la figuraccia rimediata recentemente in un contesto certamente più importante di quello della giustizia sportiva non fosse mai accaduto.
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