Dimissioni, almeno uno, finalmente.
Non certo completamente volontarie, non certo tempestive, ma almeno sono arrivate.
Quel Tavecchio che a settembre parlava di “apocalisse” calcistica nel caso di mancata qualificazione azzurra ai mondiali, ha lasciato l'ormai scomoda e bollente poltrona FIGC.
C'è voluta una settimana, dopo le mancate dimissioni dell'altro principale artefice del disastro epocale (cui andrà pagato interamente il “meritato” stipendio...), ma di fronte al concreto rischio di sfiducia durante il Consiglio Federale, completamente spaccato al suo interno tra strenui sostenitori e contrari (in un tutti contro tutti che meglio di ogni altra cosa rappresenta lo stato attuale del calcio italico), Tavecchio ha mollato la presa.
Ovviamente l'uomo che si presentò al grande calcio parlando di Optì Poba e delle donne handicappate, non poteva certo uscire di scena in modo sobrio: ecco quindi una conferenza stampa in stile Tavecchio, tra bizzarre difese d'ufficio (
“E se il palo fosse entrato Carlo Tavecchio era un campione? No era uguale”, “Ieri sera il presidente del Coni ha detto che il ct lo ha scelto Lippi. Io non l'avevo mai detto, adesso lo sapete”), autocelebrazioni (
“La Var? C'è una mia lettera che chiedeva a Blatter la tecnologia in campo. Primo Biscardi, secondo Tavecchio") e perle assortite ("Secondo voi le quattro squadre in Champions sono venute perché Carlo Tavecchio ha la giacca blu? Uva si trova in Uefa perché è bello? Chi ha fatto queste operazioni? Gli gnomi dietro le scrivanie italiche?").
Commissariamento o no (neppure su questo c'è accordo, tra un Malagò pronto ad intervenire dall'alto e Ulivieri che non si dimette per evitarlo (!!!)), c'è da ricostruire tutto da zero.
Di tempo se ne è perso già molto, e non mi riferisco alla settimana post Italia – Svezia, ma agli oltre dieci anni in cui, dopo il canto del cigno della Nazionale di Lippi, il nostro movimento è autoimploso in una crisi senza fine e di cui non si vede la fine, né tanto meno personaggi in grado di dare una svolta.
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