E' stato un mese di calciomercato febbrile alla voce "nuovo allenatore della Juventus", una specie di incontro del secolo fra la stampa classicamente intesa compattatasi quasi per intero sul nome, poi risultato corretto, di Maurizio Sarri, e la voce del web che riportava insistentemente il nome di Josep Guardiola, rivelatasi se non una balla quanto meno "una suggestione".
Anche chi scrive aveva avuto questa dritta, come ebbe lo scorso anno la dritta, poi rivelatasi tale, dell'acquisto storico di Cristiano Ronaldo. E' ovvio che oggi si faccia fatica a sostenere che Guardiola fosse una candidatura seria, che non fosse la fantozziana notizia dall'incipit leggendario "correvano voci incontrollate...", ma è altrettanto evidente che un abbaglio del genere prima o poi avrà le sue spiegazioni, soprattutto da parte di chi lo ha prima lanciato e poi alimentato. Ma il punto sul nuovo allenatore, alla fine, non sta sul fatto di chi avesse ragione, ma sul fatto che alla Juve abbiano deciso di cambiare.
Cambiare l'allenatore, ovvero la filosofia della guida tecnica tout court, quindi non solo da un punto di vista
tattico, ma anche delle
metodologie di allenamento e di
preparazione atletica. Al di là delle mielose frasi di commiato di Andrea Agnelli, che in Massimiliano Allegri aveva trovato più un amico che un tecnico, la Juventus ha capito che il
modo di intendere calcio del mister livornese non fosse più compatibile con gli obiettivi della Vecchia Signora. Qualche tempo fa scrivemmo che Allegri sarebbe il giusto estensore di una teoria che dovrebbe prendere il suo nome, il teorema di Allegri che reciterebbe, più o meno, che "la qualità del gioco espresso da una squadra di calcio è inversamente proporzionale alla qualità della sua rosa".
Allegri, nell'estendere questo teorema, ha fissato i propri postulati sul bel gioco, che secondo lui non serve a niente, perché lo spettacolo si ammira al circo, sugli schemi, che sono solo aria fritta, tanto da teorizzare lo schema 4-3-caos, sulla catena orrenda di infortuni muscolari, derubricati alla voce "sfortuna", sul fatto che le grandi vittorie le ottengono i grandi giocatori, frase detta pochi giorni dopo essere stato eliminato da una squadra senza fenomeni, con un'idea di gioco, un bel gioco, nonostante egli allenasse una pletora di fuoriclasse plurivincitori seriali la cui punta di diamante era, è, niente di meno che uno dei più grandi giocatori della storia, l'uomo più vincente e più decisivo nella storia della Champions' League.
Il cambio di guida tecnica probabilmente era necessario sin dal giorno dopo l'umiliante resa di Cardiff, un 4-1 firmato Ronaldo, firmato da un gioco corale e spettacolare, firmato anche dalle imprese al contrario del conducador del cazzeggio creativo, delle vittorie di musetto, delle scelte assurde di un tecnico che, durante l'intervallo della partita, non se la sentì di sostituire due giocatori infortunati, perché se fossimo andati ai supplementari poi sarebbe rimasto con un solo cambio. Il cambio alla fine è arrivato, con due anni di ritardo, due anni letteralmente buttati nella spazzatura andando dietro alle filosofie di vita bislacche di un allenatore nel pallone che si premurava più di mantenere il punto sulle assurdità che profferiva a mezzo stampa che non di dare un gioco alla propria squadra.
Sì, un gioco. E non ho detto un bel gioco o un gioco spettacolare, ma proprio
un gioco. Uno straccio di gioco. Il 4-2-3-1 varato a metà della stagione 2016/'17 è stato il canto del cigno di Allegri alla Juve. E' stato come una violenza autoimpostasi che non poteva prolungarsi oltre.
Sembrava quasi che Allegri sentisse la necessità di tornare alla propria natura, quella del minimo indispensabile, il famoso musetto corto, quella per cui se tanto hai a disposizione chi te lo fa fare di lavorarci sù dodici ore a settimana.
Questo evidentemente alla Juve non era più accettabile, se non per il presidente-amico-fratello. Ma un conto è avere un amicone per "andà a fie", come dicono a Livorno, un altro avere un manager dedito al culto del lavoro che ottimizzi il materiale umano di primissima scelta che la società ha selezionato in otto lunghi anni. Ecco perché Sarri. Ecco perché a questo si doveva arrivare indipendentemente dai nomi di Sarri, Guardiola, Conte e tutti gli altri più o meno fantasiosi letti in questo mese assurdo. Perché quello che era necessario, prima di tutto e sopra a tutto,
era rimuovere dalla guida tecnica della squadra un uomo preda di se stesso, delle sue convinzioni, delle sue prese di posizione. Era necessario rimettere un tecnico al comando ed era necessario che questo tecnico fosse di nuovo un
uomo di campo, non un filosofo mancato ; un lavoratore indefesso, non un frequentatore assiduo del bar e dei gabbioni di Livorno, un uomo che, anche con le sue contraddizioni e i suoi spigoli, sapesse e volesse lavorare, perché fino a due mesi fa alla Juve in panchina comandava un signore che sapeva lavorare, ma che un giorno decise che non era importante.
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