Le somme si tirano alla fine, però un addendo (e che bell'addendo!) di sicuro mancherà. La stagione non è finita, ma l'eliminazione dalla Champions League non può non pesare nei giudizi che si consolideranno dopo la fine del campionato e la finale di Coppa Italia. Vincere la competizione europea non può essere considerato scontato, tuttavia la prematura uscita dopo la fase a gironi, la terza consecutiva, può e deve essere giudicata come fallimentare.
Nessuno proclamerà mai «quest'anno vincerò la Champions!», figurarsi la Juventus che ha un rapporto molto tormentato con le finali, ma chi ambisce ad alzarla al cielo non assumerà mai un atteggiamento che prevede di «essere tra le prime otto» confidando che c'è anche la possibilità (meramente statistica) di essere la prima. Si crea così l'alibi o, peggio ancora, un inconsapevole appagamento da risultato minimo raggiunto. Obiettivo minimo peraltro fallito nelle ultime due stagioni.
I bianconeri hanno un atteggiamento verso la competizione che si riverbera poi nelle prestazioni in campo. Per ricorrere a una metafora: la Juve è un maratoneta e non un velocista. Trentotto partite di campionato possono essere equiparate ai 42,195 Km, i turni di CL invece sono le batterie che portano alla finale dei 100 metri piani. Nella maratona puoi permetterti di amministrare e tirare il fiato un chilometro ogni tanto, nelle gare di sprint devi dare tutto dal primo all'ultimo metro di ogni turno di qualificazione, altrimenti trovi il Porto o il Lione di turno che ti eliminano pur non avendo chance di vittoria finale.
L'altra sera i bianconeri hanno iniziato volendo gestire i chilometri da fare, hanno accelerato come uno sprinter quando c'era da recuperare lo svantaggio e si sono poi rimessi a fare andatura da maratoneta subito dopo. In vista del traguardo, dopo l'inciampo del pareggio ospite, gli uomini di Pirlo volevano riprendere a correre i cento metri ma ne mancavano solo trenta.
Alla Continassa immaginavano che ingaggiare il miglior centometrista in circolazione potesse trascinare la squadra a prestazioni adeguate al risultato "auspicato", ma non è bastato. Un ingaggio che non consideriamo un errore,
occorreva forse cambiare il passo anche altrove e "inculcare" ai vecchi il concetto di lepre abbandonando quello del passista.
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