Di Crazeology Qualcuno forse, molto ingenuamente, potrebbe ritenere che i risultati ottenuti da Elkann da quando ha ricevuto il telecomando del gruppo Exor, siano facili da ottenere e scontati. Errore.
Per mettere in fila risultati di questo tipo ci vuole un immenso talento e una determinazione invidiabile.
Proviamo a fare due conti della serva.
Il telecomando del gruppo è stato ottenuto con eventi discutibili, e che infatti sono motivi di discussione nei tribunali (lasciamoli lavorare).
Non ancora Presidente di Exor, ma presto in divenire, con l’aiuto di Gabetti e Grande Stevens (do you remember “Equity Swap”?) l’Automotive della mia bella Torino è stato tolto dalle potenziali grinfie delle banche e riportato sotto il controllo della holding di famiglia. Grazie però, non dimentichiamocelo mai, anche al provvidenziale ed enorme bonifico bancario proveniente dall’estero e ordinato dall’Avvocato Agnelli in persona direttamente dall’alto dei cieli.
Con l’aiuto di Marchionne sono stati messi a posto i conti ed è cominciata la fase delle acquisizioni negli States.
Via Marchionne, chiamato con urgenza dall’altissimo, John ha finalmente sfoderato tutto il suo talento senza interferenze e in perfetta autonomia.
Prima la fusione coi francesi.
Poi la gestione totale volta solo ai profitti, con svuotamento degli stabilimenti e abbandono progressivo dell’Italia.
Adesso siamo alla lunga fase delle cessioni, avviata già da diverso tempo, anche se c’è ancora un po’ da fare.
E così, dell’Alfa Romeo molti consumatori discutono sulla qualità rapportata ai prezzi. La Maserati ha perso appeal. La Lancia, che una volta vinceva i rally a mani basse, oggi è ridotta ad auto che fanno rabbrividire e a piccole utilitarie di una noia mortale. La Fiat, simbolo dei simboli di Torino, è ridotta a fare piccole utilitarie dai costi non troppo contenuti e prodotte chissà dove. La Ferrari è l’unica che fattura ancora bene, ma non si sa più da quanto nel settore corse non vince un titolo di F1. E i trofei nella sala del museo di Maranello sono ormai impolverati (davvero, andateli a vedere prima che arrivi la squadra di pulizie che verrà sollecitata dopo la lettura di questo articolo da parte di qualche importante cortigiano). Jeep e americanate varie grossomodo tengono, ma il mercato americano è da sempre un’altra roba rispetto agli altri. E non a caso Elkann ha spostato negli States molti suoi interessi finanziari.
Iveco è passata di mano ed egli ha potuto far nuovamente cassa.
Altri satelliti della metalmeccanica del gruppo sono già usciti e altri ne usciranno, sempre per far cassa. Anche storici immobili di prestigio hanno conosciuto o stanno conoscendo la via dell’uscita. Come anche immobili industriali/produttivi.
Il settore editoria è in sbaraccamento da anni. Con grande difficoltà peraltro, perché per troppo tempo alcune testate hanno fatto ridere i polli e ora il valore è decisamente ridimensionato, sia nella credibilità che per il numero di copie vendute. Il valore reale infatti è uno dei temi controversi sul tavolo, in tutte le trattative in corso.
La Juventus? Senza voler approfittare insistendo troppo su questo triste momento storico, e senza voler mettere di proposito il sale sulle recenti sanguinose ferite delle ultime settimane, tra “Tuffi a San Siro”, sconfitte pesanti interne ed esterne, e via discorrendo, possiamo affermare che tutto è mediamente un clamoroso disastro.
Disastro che noi di GLMDJ avevamo previsto da tempo immemore, mentre il mondo ci dava dei disfattisti. La squadra non vince una coppa europea dal 1996. Se sono passati 30 anni, forse è il caso che ci si faccia qualche domanda sulle qualità, e le non qualità, della proprietà attuale (tra passato, presente e futuro). La Signora d’ Italia non è più in lotta per il volgaruccio e molto sporco titolo italico da almeno un lustro. Cacciato il pasticcione pompatissimo cugino Andrea, di cui stiamo ancora aspettando dal 2023 uno straccio di sentenza di colpevolezza di qualche genere, siamo passati ordunque dal pasticciaccio/pateracchio al nulla cosmico. Nel mentre però mezza serie A non potrebbe iscriversi al campionato per motivi analoghi, ma a Torino nessuno apre bocca. Ogni tot mesi arriva il puntuale cambio allenatore, scelto senza nessun progetto o idea di squadra, ma solo tirando ai dadi e pescando dall’elenco del telefono alla voce “liberi”. Ogni estate si riparte da zero. L'anno zero eterno, praticamente. Ogni inizio anno, passato il carnevale, gli obbiettivi stagionali rimangono sempre gli stessi, con una puntualità e una precisione disarmanti: nessun trofeo, non retrocedere e cercare, anche all’ultimo minuto dell’ultima partita, di qualificarsi per la UCL. Trofeo di cui non frega nulla a nessuno a Torino, sia ben chiaro, ma non sia mai che Gionnino nostro debba ricapitalizzare per mancanza di introiti. Cosa che comunque capita frequentemente lo stesso, perché la gestione del denaro che entra nel club viene fatta con scelte di mercato strampalate/sfortunate, improvvisate, spesso sbagliate alla radice, senza nessuna idea di calcio e di Juventus, e gestite malissimo prima, durante e dopo.
Lo staff medico? Non ne azzecca una, e certi problemi si prolungano invece di accorciarsi.
Dirigenti? Gente non sufficientemente competente di calcio per creare davvero un grande valore aggiunto. Ferrero, Comolli, Modesto, Giuntoli, Arrivabene, e compagnia cantante, sono state scelte sconclusionate, e completamente scollegate dalla realtà e dalle necessità.
La proprietà è quasi sempre assente; quando invece è presente, in realtà sarebbe meglio che fosse assente, perché l’illustre rappresentante, erede per sbaglio, sembra più un interista in incognito che uno Juventino.
Ma non va tutto male male.
Per fortuna che c’è il marketing a farci mettere le mani nei capelli, o al massimo a farceli cadere (ammesso che se ne abbia ancora qualcuno sulla testa). Le maglie degli ultimi anni rasentano la follia, e la determinazione feroce ad abbattere e ridicolizzare la storia e la credibilità complessiva del club. Percorso cominciato con il nuovo sponsor tecnico inaugurato da Agnelli e degnamente continuato dai suoi improvvisati successori.
Stesso discorso di continuità per lo stemma del club buttato a mare dal fenomenale Agnelli, per far posto al logo più sgualfo e sciocco di sempre. Social gestiti malissimo, senza contenuti veri e Juventini, ma solo robette pallonare interne e adatti ai clienti armati di portafoglio pieno, svariate carte bancarie, e voglia di buttare via danaro in scioltezza. Stadio dove non si vedono proteste o cori contro il guidatore, dove vige la regola della sagra del consumo, dove c’è musica a tutto volume e allegria, con qualunque risultato nello zaino. Umiliazioni comprese. Dove l’importante è esserci, pagare, e consumare. Una festa del nulla. Una sorta di cinema dal vivo, dove non importa se il protagonista ne esce vincitore o se finisce in dramma/umiliazione. Spendi cliente, spendi, zitto e spendi, che tutto il resto non è affar tuo. Se non ci stai più, levati dai piedi, “sfigato!”, che noi facciamo entrare un altro al tuo posto in tempo zero.
Fuori dal campo? Solita storia. Da 25 anni, nessuna difesa da qualunque accusa proveniente da ogni dove. Collezione di accuse, fango mediatico e non, condanne assurde, colossali e costanti errori arbitrali ai danni del club, sia a livello nazionale che europeo, e via camminare. Basti pensare che in Federazione la Juve ha votato per Gravina. E a livello societario, assolutamente non casualmente, si tiene fuori dalla stanza dei bottoni Tether, in quanto forse troppo ricca e piena di miliardi di euro di disponibilità economica, e gestita da due Juventini e non da due interisti.
L’erede "disegnato" ha costruito sulla strada della Juventus il deserto dei tartari. Nessun progetto, nessuna idea, nessuna prospettiva. Nemmeno quella di chiusura del club per dargli poi una degna spoltura. Insomma, una zebra con le strisce sbiadite che cammina nel nulla e verso il nulla.
Eppure, nonostante tutto ciò, io vado sempre controcorrente, anche solo un pochino, quando ne vale la pena.
C’è una cosa che negli ultimi anni mi ha divertito parecchio, ossia guardare l’ingegnere gestionale Elkann che, nel tentativo decisamente maldestro di scimmiottare l’Avvocato Agnelli, di crearsi un’immagine, e di rendersi alla moda, elegante, interessante, cool, chic, trendy, fashion, ecc, ossia fare tendenza insomma, ha indossato gli abiti e gli accessori più strani e variopinti. Sia in occasioni private, sia in occasioni mondane, sia in occasioni non ufficiali. È stato ovviamente fotografato e pubblicato dai media, e quelle immagini le abbiamo viste tutti, credo. E io lo ringrazio infinitamente per i piccoli momenti di ilarità che mi ha generosamente regalato.
Il fatto è che mentre l’Avvocato aveva una classe innata e istintiva, che lo aiutava a creare attorno a sé un alone di fascino e una scenografia di competenza che invece assolutamente non aveva, John invece non ha «le physique du rôle», ossia il fisico del ruolo, della parte che vive/interpreta. Ma non è solo un fatto strettamente fisico, come si potrebbe pensare traducendo semplicemente e alla lettera il celebre modo di dire francese. È proprio tutto l’insieme.
Quando parla è di una noia soporifera. Una sorta di anestetico naturale. Non ha mai niente di interessante da dire. Non ha lo stesso acume dell'Avvocato, non ha la stessa disincantata filosofia, non ha la stessa storia umana, non ha la stessa curiosità intellettuale, non ha la stessa sicurezza e non ha la stessa spontaneità innata. Gli manca quel certo non so che. Quel pezzetto, quella scintilla, quel luccichio che può dare credibilità anche quando ci si presenta in modo un po’ estroso o stravagante. Che è quello che, se ci pensate bene, è sempre mancato anche al fratello Lapo. Perché nell’estro o nella stravaganza spesso ci sono delle idee. Idee che formano una personalità. E quando le idee non le hai, non le puoi comprare. Puoi comprare il vestito che ti pare, ma quello che c’è dentro è quello che conta davvero. È il contenuto che deve valorizzare la confezione, non il contrario.
Ora, visto tutto ciò che, a quasi 50 anni compiuti (il 1° aprile è vicino), ha realizzato in carriera il nostro eroe, ossia lo scherzo più grande della storia della Juve, si può serenamente dire che fashion purtroppo John non lo è mai diventato e non lo diventerà mai. Concludiamo piuttosto con la proclamazione di una solida certezza: gli si può concedere solo di aver conseguito, con grandissimo merito, l’invidiabile risultato di essere riconosciuto unanimemente come l’esempio perfetto di uno stile totalmente e complessivamente Sfashion. Tutto ciò che tocca o se lo vende o finisce in pezzi. Un record praticamente imbattibile per chiunque. John Sfashion B Good è una garanzia.
Per non dover continuare ad assistere a questo vergognoso scempio, non ci resta che sperare in una imminente fine del mondo.
Non se ne può più...
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