Supplemento d’indagine annunciato dal Giudice Sportivo, filmati consegnati dalla Juventus e responsabili individuati. Poi più nulla. Intanto, in altri casi, multe e provvedimenti arrivano in tempi rapidissimi. Era la prima giornata del campionato 2025/26. Dopo Juventus-Parma, Weston McKennie denunciò cori discriminatori e offensivi provenienti dal settore ospiti dell’Allianz Stadium. Cori chiaramente percepibili anche nei video registrati dai tifosi presenti allo stadio e successivamente circolati sul web. Un episodio grave, finito immediatamente sotto la lente del Giudice Sportivo.
La Juventus intervenne subito sul caso, annunciando piena collaborazione con gli organi di giustizia sportiva per identificare i responsabili. Secondo quanto riportato da più testate, il club bianconero consegnò anche i filmati delle telecamere interne dell’Allianz Stadium per facilitare l’identificazione degli autori dei cori razzisti.
Il 26 agosto 2025 arrivò poi la decisione del Giudice Sportivo Gerardo Mastrandrea, che chiese ufficialmente una relazione aggiuntiva alla Procura federale per approfondire i fatti, identificare i responsabili e verificare la collaborazione tra le società coinvolte.
Sembrava l’inizio di un procedimento destinato a portare rapidamente a sanzioni esemplari.
E invece, da quel momento, il silenzio.
Nessuna multa rilevante, nessuna sanzione sportiva pesante, nessun dibattito mediatico prolungato. Un caso inizialmente trattato come gravissimo è progressivamente sparito dalle trasmissioni sportive e dalle prime pagine.
Solo settimane dopo si è saputo dell’identificazione di tre tifosi del Parma, colpiti dal “Codice di Gradimento” della Juventus e banditi dagli eventi organizzati dal club bianconero.
Ed è proprio qui che nascono le polemiche.
Perché in altri casi analoghi — anche per cori considerati semplicemente offensivi — i provvedimenti arrivano spesso in tempi rapidissimi. Basti pensare al derby tra Milan e Inter, quando il Giudice Sportivo multò immediatamente il Milan per cori insultanti rivolti a due giocatori nerazzurri, con sanzioni comunicate già nei giorni successivi alla partita.
Nel caso McKennie, invece, nonostante: l’apertura ufficiale dell’indagine, i filmati consegnati dalla Juventus, l’identificazione dei responsabili, e la gravità delle accuse, tutto sembra essersi lentamente dissolto nel silenzio generale.
Il punto non è minimizzare episodi di razzismo, che devono sempre essere condannati senza esitazioni. Il punto è pretendere uniformità nei tempi, nei provvedimenti e soprattutto nell’attenzione mediatica.
Perché quando alcuni casi vengono amplificati per settimane mentre altri spariscono quasi subito dal radar, la sensazione inevitabile è che nel calcio italiano esistano vicende considerate più “comode” di altre da raccontare.E il problema, allora, va oltre il singolo episodio. Quando cori discriminatori vengono percepiti chiaramente anche in televisione, ma gli ispettori federali non rilevano abbastanza elementi; quando si annunciano approfondimenti che poi svaniscono senza spiegazioni; quando audio, immagini e prove sembrano improvvisamente perdere peso mediatico e disciplinare, il dubbio diventa inevitabile.
Il rischio è trasmettere l’idea che certi episodi possano essere ridimensionati o tollerati a seconda del contesto, della squadra coinvolta o della pressione mediatica del momento.
Il razzismo dovrebbe essere combattuto con la stessa fermezza sempre, senza zone grigie e senza disparità di trattamento. Perché altrimenti il messaggio che passa è devastante: che per qualcuno il sistema sia pronto a intervenire immediatamente, mentre per altri possa diventare improvvisamente cieco, sordo e smemorato.
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