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Attualità di N. REDAZIONE del 11/06/2026 14:11:15
Dal tetto del mondo all'assenza

 


Dal tetto del mondo all'assenza dai Mondiali: cosa è successo al calcio italiano?
Nel 2006 l'Italia era sul tetto del mondo.
Nel 2026 guarda il Mondiale da casa.
E questa, al di là di ogni tifo, è la sconfitta più grande di tutte.


Nel luglio del 2006 l'Italia era sul tetto del mondo.
A Berlino gli Azzurri conquistavano il quarto titolo mondiale battendo la Francia ai rigori. Era una Nazionale costruita attorno a un blocco tecnico, tattico e caratteriale che aveva nella Juventus il suo punto di riferimento. Buffon, Cannavaro, Camoranesi, Zambrotta, Del Piero e molti altri protagonisti di quel ciclo rappresentavano una scuola calcistica che per oltre un decennio aveva garantito competitività all'Italia ai massimi livelli.
Quello era il punto più alto della storia recente del calcio italiano.

Pochi mesi dopo sarebbe iniziata una delle vicende più controverse e divisive mai vissute dallo sport nazionale.
Calciopoli travolse la Juventus, portando alla retrocessione in Serie B, alla revoca di due scudetti e allo smantellamento di una squadra che rappresentava il principale motore competitivo del movimento calcistico italiano.
Da allora il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente sulle sentenze, sulle responsabilità e sulle polemiche giudiziarie. Ma forse, vent'anni dopo, è arrivato il momento di porsi una domanda diversa.
Il sistema calcio italiano ha saputo sostituire ciò che ha distrutto?
I risultati sembrano suggerire il contrario.

Dal 2006 in avanti la Serie A ha progressivamente perso centralità economica e sportiva. La Premier League è diventata il campionato dominante del pianeta. La Bundesliga ha investito in strutture e organizzazione. La Liga ha consolidato il proprio prestigio internazionale.
L'Italia, invece, ha perso terreno.
Stadi obsoleti, investimenti insufficienti, difficoltà nella valorizzazione dei giovani, incapacità di trattenere i migliori talenti e una governance spesso più concentrata sulle lotte di potere che sulla crescita del movimento.

Nel frattempo, la Nazionale ha iniziato una lenta ma costante discesa.
L'esclusione dal Mondiale del 2018 fu uno shock storico. Quella del 2022 una conferma che il problema non era episodico ma strutturale. E l'assenza dal Mondiale 2026 rappresenta il simbolo definitivo di una crisi che nessuno può più ignorare.
Tre Mondiali consecutivi senza l'Italia.
Un dato che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile.

In questo contesto emerge una riflessione inevitabile. Dopo il ridimensionamento della Juventus, nessun altro club italiano è riuscito a raccoglierne realmente l'eredità come locomotiva dell'intero movimento.
L'Inter ha ottenuto un Triplete nel 2010. Il Milan ha vissuto momenti importanti. Altri club hanno raggiunto finali europee. Ma nessuno è riuscito a costruire una continuità tale da trascinare tutto il calcio italiano verso una nuova epoca di grandezza.
Il problema, probabilmente, non riguarda una singola squadra.
Riguarda un sistema che per anni ha pensato più a redistribuire il potere che a creare valore.

Mentre altri paesi investivano in infrastrutture, formazione, scouting e innovazione, il calcio italiano rimaneva spesso prigioniero delle proprie divisioni interne.
Oggi il risultato è sotto gli occhi di tutti.
L'Italia che nel 2006 era campione del mondo osserva il calcio globale da una posizione sempre più marginale.
Per questo la domanda fondamentale non è più se una sentenza fosse giusta o sbagliata. Non è più stabilire chi avesse ragione vent'anni fa.
La vera domanda è un'altra.
Dopo aver colpito il club che per decenni aveva rappresentato il principale punto di riferimento del calcio italiano, il sistema è stato capace di costruire qualcosa di migliore?
Se la risposta si misura attraverso la competitività internazionale, la crescita del campionato e la presenza della Nazionale ai Mondiali, allora il verdetto appare difficile da contestare.
Nel 2006 l'Italia era sul tetto del mondo.
Nel 2026 guarda il Mondiale da casa.
E questa, al di là di ogni tifo, è la sconfitta più grande di tutte.



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