Le dichiarazioni di Giovanni Malagò sul tema degli stadi sollevano più di una perplessità. Quando afferma che «Moratti, Berlusconi, Agnelli, Sensi e Cragnotti avrebbero dovuto rinunciare a uno o due calciatori per costruire gli stadi», finisce per mettere sullo stesso piano chi non ha investito e la Juventus, che invece quella scelta l'ha fatta davvero.
I fatti, almeno quelli a tinte bianconere, raccontano una storia diversa da quella descritta dal neo presidente della FIGC. Già durante la presidenza di Umberto Agnelli, attraverso il lavoro di Antonio Giraudo, la Juventus aveva intrapreso il percorso che avrebbe portato alla realizzazione di uno stadio di proprietà moderno.
Ancora oggi resta l'unica grande società italiana ad aver completato un progetto di questo tipo, aprendo una strada che il calcio italiano ha inseguito per anni. Non a caso lo Stadium rappresenta uno dei punti di forza della candidatura italiana a Euro 2032, dimostrando che investire nelle infrastrutture era possibile.
Per questo sorprende che Malagò abbia inserito gli Agnelli tra gli esempi negativi. Sul tema degli stadi, la Juventus non è il problema ma
una delle poche eccezioni virtuose del nostro calcio. Eppure il nome bianconero torna spesso al centro del dibattito anche quando i fatti suggerirebbero una lettura opposta. È qui che il ragionamento di Malagò mostra il suo limite:
finisce per confondere chi ha rimandato con chi ha realizzato, indirizzando la critica proprio verso l'unica realtà che ha trasformato le intenzioni in un progetto concreto. Sarebbe bello, inoltre, che oltre a visitare San Siro o l'Olimpico, certi dirigenti e politici facessero un salto anche allo Stadium. Potrebbero vedere da vicino cosa significa investire davvero in un impianto moderno, invece di limitarsi a parlarne da bordo cantiere.
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