È molto divertente vedere la Gazzetta dello Sport trasformarsi improvvisamente nel revisore dei bilanci del Chelsea. È bastato che un giovane talento come Palestra non finisse all'Inter e sono partite le analisi sui conti dei Blues, sui debiti, sulle perdite e sulla sostenibilità economica. Interrogativi interessanti, peccato che sembrino sorgere solo quando c'è da spiegare perché un giocatore sfugge ai nerazzurri.
Sulle pagine rosa dovrebbero chiedersi anche: quanto vale una società che possiede uno stadio, un centro sportivo, immobili e infrastrutture? E quanto vale invece una società che
vive quasi esclusivamente del proprio marchio e dei risultati sportivi?
Il Chelsea può contare su una struttura patrimoniale enorme, opera nel campionato più ricco del mondo e genera ricavi che il calcio italiano può soltanto sognare. L'Inter, invece, continua a essere una società che non possiede il proprio stadio e che negli ultimi anni ha dovuto convivere con una situazione finanziaria tutt'altro che rassicurante.
E qui emerge un secondo filone di domande che la Gazzetta dovrebbe porre a sé stessa. Quando l'Inter era appesa ai rifinanziamenti, quando il tema dell'iscrizione ai campionati veniva discusso dagli analisti finanziari e quando il club era schiacciato da centinaia di milioni di debiti, abbiamo letto titoli altrettanto allarmati? Abbiamo visto la stessa ossessione per i conti? Lo stesso zelo investigativo? La risposta la conoscono tutti.
I problemi dell'Inter venivano spesso raccontati come incidenti di percorso. Quelli degli altri diventano invece casi internazionali. Il Chelsea, nonostante le perdite che tanto fanno discutere, gioca in un ecosistema completamente diverso. L'ottavo posto in Premier League, una posizione che in Italia verrebbe considerata quasi fallimentare, ha garantito al club londinese circa 170 milioni di sterline tra diritti televisivi e distribuzione centralizzata dei ricavi. Una cifra che molte squadre italiane possono raggiungere soltanto sommando più stagioni.
È questa la differenza che spesso viene ignorata: la Premier League è oggi il centro economico del calcio mondiale. Attira i migliori giocatori, i migliori allenatori, i maggiori investitori e produce ricavi senza paragoni. La Serie A, invece, continua a perdere terreno anno dopo anno, sia sul piano commerciale sia su quello dell'attrattività internazionale.
Per questo fa sorridere vedere giornali italiani scandalizzarsi per il mercato inglese mentre ignorano il declino strutturale del nostro sistema.
Il Chelsea può permettersi di investire perché opera nel campionato più ricco del pianeta e perché il valore complessivo del club non si misura soltanto con il saldo tra entrate e uscite di una singola stagione. L'Inter, al contrario, continua a essere raccontata come modello assoluto di virtù finanziaria, anche quando la sua storia recente suggerirebbe un racconto molto più prudente e meno celebrativo.
Ma forse il punto è questo,
non interessa capire come funzioni davvero il calcio moderno. Interessa difendere una narrativa. E quando la narrativa vacilla perché un talento prende la strada di Londra anziché quella di Milano, ecco che improvvisamente la Gazzetta riscopre bilanci, fair play finanziario e contabilità. Sempre e rigorosamente in casa degli altri.
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