Nel 2021 Roberto De Zerbi si schierò contro la Superlega con parole durissime.
"Il calcio è di tutti ed è meritocratico."
Un manifesto etico. Un calcio dove il denaro non avrebbe dovuto decidere tutto e dove anche i più piccoli avrebbero avuto il diritto di sognare.
Cinque anni dopo, però, viene spontanea una domanda. Ma la Superlega è davvero stata fermata?
Oppure è semplicemente cambiata forma?
Perché oggi la vera Superlega ha un altro nome: la Premier League.
Un campionato che concentra ricavi, sponsor, diritti televisivi e capacità di spesa senza paragoni nel resto d'Europa. Un campionato nel quale una società può arrivare a investire 116 milioni di euro per un solo giocatore, una cifra fuori dalla portata della quasi totalità dei club europei.
E proprio qui nasce la contraddizione.
Perché De Zerbi oggi non è uno spettatore di questo sistema. Ne è un protagonista.
Secondo le ricostruzioni di mercato, avrebbe individuato in Sandro Tonali il rinforzo ideale, spingendo il club a puntare con decisione sul centrocampista italiano.
Legittimo? Certamente.
Coerente con il De Zerbi del 2021? Molto meno.
Perché se allora si sosteneva che il calcio dovesse premiare il merito e non il portafoglio,
oggi si accetta senza particolari problemi un sistema nel quale pochi club possono permettersi investimenti irraggiungibili per tutti gli altri. La Superlega non è mai stata approvata nei tribunali del calcio. Ma esiste già nei fatti.
Non è fatta di dodici club chiusi.
È fatta di un campionato che, grazie alla sua forza economica, può attrarre i migliori giocatori del mondo spendendo cifre che alterano inevitabilmente gli equilibri competitivi.
La morale, a questo punto, lascia spazio al pragmatismo. E forse sarebbe bastato dirlo fin dall'inizio.
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