Perché se vent'anni fa si riteneva che il numero delle designazioni fosse sufficiente a dimostrare l'esistenza di un sistema di protezione, oggi cosa dovrebbe significare un premio conferito dopo un errore arbitrale così clamoroso?Durante Calciopoli ci hanno spiegato una teoria che, per vent'anni, è stata ripetuta come una verità indiscutibile: non servivano soldi, intercettazioni o ordini scritti. Bastava osservare le designazioni arbitrali.
Un arbitro dirigeva tante partite importanti? Era la prova che godeva della fiducia del "sistema".
Continuava ad arbitrare? Era un premio. Veniva scelto per le gare più prestigiose? Era un favore.
Questo è stato raccontato per anni.
Oggi, però, accade qualcosa di infinitamente più evidente.
Federico La Penna è stata protagonista di una delle direzioni arbitrali più discusse degli ultimi anni. L'espulsione di Kalulu in Inter-Juventus del 14 febbraio 2026 ha fatto il giro del mondo. Televisioni, giornali, ex arbitri, opinionisti e migliaia di tifosi hanno discusso quell'episodio. E non è stato l'unico errore contestato di quella partita.
Ci si saremmo aspettati prudenza. Una pausa. Una riflessione. Un po’ di buon senso. È successo l'esatto contrario.
La Penna ha continuato a dirigere gare di primo piano ed è stato addirittura
premiato (non è uno scherzo!). Il Premio Giovanni Mauro è considerato come il riconoscimento più importante riservato agli arbitri di calcio. Un riconoscimento accompagnato da queste parole: “all'Arbitro della massima categoria nazionale maggiormente distintosi sotto il profilo tecnico nel corso della Stagione Sportiva 2026/2026".
E si è distinto molto bene, soprattutto a favore dell’inter in una partita importante, trasmessa in mondovisione e protagonista di un errore clamoroso. Non ci stanno solo prendendo in giro,
stanno mostrando cosa significa usare il potere e poterlo indirizzare in base alla convenienza. Come se tutti noi non avessimo la capacità di comprendere quello che stanno facendo.
Ed è qui che il paragone con Calciopoli diventa inevitabile.
Perché se vent'anni fa si riteneva che il numero delle designazioni fosse sufficiente a dimostrare l'esistenza di un sistema di protezione, oggi cosa dovrebbe significare un premio conferito dopo un errore arbitrale così clamoroso? Non è più una questione di due pesi e due misure. È una questione di logica.
Se ieri bastavano delle designazioni per costruire una narrazione, oggi un riconoscimento ufficiale dopo un errore di quella portata dovrebbe suscitare almeno le stesse domande. E invece no. Silenzio.
Per qualcuno il sospetto nasceva dalle ipotesi. Per altri nemmeno i fatti sembrano bastare.
È questa la vera anomalia. Non il premio in sé, ma il diverso metro con cui vengono interpretati gli stessi comportamenti.
Perché un principio vale soltanto se viene applicato sempre. Altrimenti non è un principio. È convenienza.
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