Di seguito inserisco un altro articolo di R. Beccantini. E' una fotografia del momento di grazia misto a becera arroganza del riccomiserabile.
Da Robin Hood a re:
Moratti senza freni
Le due anime del presidente
che finalmente comanda
ROBERTO BECCANTINI
MILANO
«Vado via perché sono stanco di farmi prendere in giro». Torino, Stadio delle Alpi, 26 aprile 1998: rispose così, Massimo Moratti, ai giornalisti che lo tallonavano a rapina ancora calda. Era la domenica di Juventus-Inter 1-0, arbitro Ceccarini, Iuliano che va addosso a Ronaldo, Simoni che urla vergogna. Sono passati meno di nove anni, ed è cambiato tutto. Anche Moratti. Forse. Il signore che più spendeva più perdeva, tanto da suggerire ad autori ed editori di adeguare la letteratura alla sua saga. Da «Minimo Moratti» a scaffali di barzellette. Quando licenziò Simoni dopo due vittorie consecutive, la prima delle quali contro il Real Madrid in Champions, offrì ai taccuini la più stravagante delle giustificazioni: «Troppo banale, esonerare un allenatore quando perde». Per chi non lo conosce, è difficile incollare «quel» presidente, pazzo di tifo e ligio all’etichetta, all’immagine del padre-padrone che dà del «coglione» all’arbitro a Livorno e fa il gesto dell’ombrello nel derby. E lo fa, soprattutto, non già sull’onda del gol vindice di Ibrahimovic, ma a ruota di una banalissima ammonizione a Pirlo. Dicono che al gala della Fifa, cerimonia che risale al 18 dicembre scorso, il milanista avesse invitato Ronaldo - che, all’epoca, giocava nel Real e scommetteva sull’onnipotenza interista - a non illudersi: vedrai, Ronie, riusciranno a perdere anche stavolta. Arrivato alle orecchie di Moratti, lo sferzante pronostico è stato archiviato, non cestinato. E, alla prima occasione, tirato fuori dal cassetto.
Dai tempi di Ceccarini le telecamere lo marcano stretto anche in tribuna. Di conseguenza: ecco a voi il fumo delle sigarette e l’arrosto dei labiali. Il gesto dell’ombrello è di spaccio, e dominio, pubblico: da Alberto Sordi ne «I vitelloni» all’ultimissimo Van Bommel del Bernabeu, senza dimenticare Wladyslaw Kozakiewicz, l’astista polacco che, all’Olimpiade di Mosca, lo dedicò ai berci del pubblico. Inoltre, non ha sesso: scappò persino a Valeria Cecchi Gori, moglie di Mario e mamma di Vittorio, eccitata dal pareggio che la sua Fiorentina aveva appena inflitto alla Lazio.
Certo, fatto da Moratti assume un’altra valenza. Proprio lui, il petroliere «verde» per anello e nerazzurro di pelle, il simbolo dell’aristocrazia lombarda, l’imprenditore che tratta i dipendenti come figli, tifoso fra i tifosi. Disponibile giorno e notte, mai (o quasi mai) un microfono scacciato, una cortesia così diffusa che, sommata alle angherìe subite, spinge a perdonargli tutto, dal passaporto taroccato di Recoba, il suo pupillo, al filone Telecom-De Santis e all’ipotesi di falso in bilancio per cui è indagato dalla Procura di Milano. Roba da ridere - giurano e spergiurano le teste di cuoio di Guido Rossi, il commissario precettato d’urgenza per stanare il marcio - rispetto ai sistemi della Triade. Che gonfiava i muscoli. Che orientava le moviole e selezionava le terne. Che all’ombrello, detestato sin dal pomeriggio di Perugia, preferiva altri strumenti.
Calciopoli ha stracciato gli equilibri e divelto le gerarchie. Il Cavalier perdente ha lasciato la foresta, dalla quale combatteva, per entrare a Palazzo. Lo stile un po’ trash che ha scelto, così diverso dalla selvaggia e infantile haka di Galliani, è il Bignami di una passione ereditata da papà Angelo, il modo più diretto per far uscire il fanciullino che cova e trepida dentro a ognuno di noi. Come una giacca dello smoking abbinata ai jeans. Come un re finalmente nudo: ma perché si è spogliato, non perché l’hanno costretto a farlo. L’Inter non vince lo scudetto sul campo dal 1989. Anche questo va messo in conto. Spolpando e copiando la Juve, Moratti ha costruito l’Inter dei record. È un Robin Hood strano che, in materia di diritti tv, non si sentiva in colpa se gli altri prendevano di meno. Osteggiava Galliani in Lega, ma gli faceva recapitare il voto da Facchetti. Sembrava un vaso di coccio che i pirati della concorrenza si passavano di mano in mano, fino a farlo cadere in mare. Zamparini gli ha spesso rimproverato un’ambiguità di fondo: era una vittima del sistema che però ne succhiava, avida, il latte. Ha rifiutato il ruolo di capo dell’opposizione. Ha pensato di vendere la società. E se i Ruperto e i San Dulli non gli avessero portato lo scalpo della Signora, l’avrebbe pure fatto.
Oggi, può permettersi di tutto. Non è un Moratti geneticamente modificato, il Moratti pizzicato dalla tv mentre inveisce o si sbraccia. Libero sfogo in libero stadio. Dal primo posto in classifica, e con sedici punti di vantaggio sulla seconda, si può tornare idealmente «in curva» senza paura di sbandare. Gli orchi non ci sono più. Così, almeno, è scritto nell’ultima fiaba. E allora, al diavolo il brindisi sommesso e privatissimo con cui festeggiò, castamente, il titolo a tavolino. Pirlo, tiè. Quell’ombrello aperto di scatto ha celebrato il matrimonio, davanti a sessantamila testimoni, di due metà che amoreggiavano fin dalla notte magica di Vienna ‘64, ignare che il telefono di Moggi avrebbe accelerato le pratiche e pagato la luna di miele.
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