MORATTI:Quando decise di ricomprarsi l'Inter il 18 febbraio 1995 (costo, circa settanta miliardi: ne avrebbe spesi di più per Vieri), nessuno in famiglia gli disse bravo. Lui, flemmatico e allampanato, non battè ciglio e si limitò a commentare: "Dovevo farlo, i Moratti non potevano continuare ad essere lontani dall'Inter. E' come se il Papa decidesse di non tornare in Vaticano dopo un viaggio all'estero". Certo non è un pontefice morigerato, semmai un signore seicentesco capace di convocare a palazzo ogni genere d'artista per puro piacere personale. Ma, gratta gratta, è solo un bel sogno, e di quel sogno Massimo Moratti non smette di essere prigioniero. Una decina di allenatori bolliti, compresa l'onta di riuscire a non vincere con Lippi che invece, alla Juve, prima e dopo il passaggio da Moratti ha sfornato scudetti come un distributore automatico di bibite. Moratti è l'album Panini fatto carne, è il collezionista assatanato, l'esteta barocco. Follia visionaria, eroica ostinazione, sfiga assoluta e forse compensatoria delle molte fortune del padre che azzeccò Helenio Herrera, uno dei grandi del Novecento insieme a Kennedy e Papa Giovanni, mentre il figlio si è fidato della sua controfigura argentina, quell'Hector Cuper famoso per arrivare sempre secondo (e, con l'Inter, terzo). Grande amico di Celentano, buon esecutore delle canzoni di Mina, eterno ragazzo degli anni Sessanta che parla sottovoce con ingenua vaghezza, Moratti ha un ufficio come una cameretta di tifoso stracolma di foto, coppe, talismani, ricordini.
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