Il piatto forte servito nell’aula 216 martedì 12 ottobre è la richiesta avanzata dall’avvocato Gallinella, difensore di De Santis, di incriminazione per falsa testimonianza nei confronti del tenente colonnello dei carabinieri Auricchio. La farsa si colora di toni grotteschi. Gli accusatori accusati e viceversa. Per un attimo Auricchio mi fa quasi tenerezza, anche perché, da quando si parla del suo metodo, ho una strano senso di colpa. Anch’io lo adottavo ai tempi della scuola. E’ stato detto che il cosiddetto metodo Auricchio consisteva nel partire dalle conclusioni per venire a capo delle indagini. Non essendo mai stata una cima in matematica, io avevo due possibilità: copiare o ingegnarmi. Quanto a copiare la regola numero 1 è quella di copiare da uno bravo. Auricchio copiava dalla Gazzetta dello Sport, che sbagliava persino i tabellini e per di più si faceva suggerire da Galdi, uno che in cambio voleva tolte le multe. Come un compagno di scuola al quale devi la merenda per l’aiuto ricevuto. Ma l’errore più grave è stato quello di non conoscere il risultato e di aver voluto dimezzare il lavoro. Mi spiego meglio. Quando ero io a servirmi del metodo al contrario, di fronte a un problema o a un esercizio di geometria o aritmetica del quale non riuscivo a capire la risoluzione, guardavo avidamente il numero tra parentesi in fondo al testo: il risultato. Quel numero si insinuava per i misteriosi meandri della mia mente e mi suggeriva, per la sua grandezza o divisibilità, un modo per arrivarci partendo dai dati a disposizione. Auricchio, obiettivamente, il risultato non ce l’aveva. Avrebbe potuto inventarsene tanti e poi adeguarli, sovrapporli di volta in volta al quadro complessivo che gli si andava configurando. Come un vestito. Invece aveva fretta di concludere. Forse l’amico Baldini lo aspettava per prendere un caffè. Ha puntato su un risultato solo e non ha nemmeno sentito l’esigenza di fare la riprova. Di ripercorrere a ritroso il ragionamento, di capire se avesse tralasciato qualcosa. Ragazzo negligente, senza dubbio. Anche quando il guardalinee Coppola si è presentato spontaneamente e ha chiesto di poter riferire alcune notizie sull’Inter, sentendosi rispondere che non interessavano. Non gli è poi venuto in mente di ascoltare per esempio il notaio che presiedeva ai sorteggi ritenuti truccati. La Gazzetta titolava a otto colonne ed era vero di sicuro. Passando al setaccio le intercettazioni si accorgeva delle grigliate di Moggi, ma non di quelle di Facchetti, che per di più erano giuste. Non gli pareva strano che un designatore dovesse passare da Milano piuttosto che da Torino a ritirare regalini, considerandolo di sicuro un depistaggio.
E’ vero, i carabinieri sono spesso le vittime predestinate di tante barzellette, ma sono tutte inventate ed è possibile riderci sopra. Lo fanno anche loro con grande senso dell’umorismo. Auricchio invece si è preso una promozione e da maggiore è diventato colonnello. Non è stato neanche il solo. Anche il pm Beatrice ne è uscito gratificato e, senza passare per il via, ce lo siamo ritrovato sostituto alla procura nazionale antimafia. Di questo passo la spirale potrebbe andare avanti fino ad avvolgersi su se stessa e farci domandare se gli sviluppi più meno previsti del sasso buttato nell’acqua torbida dello stagno del calcio italiano con l’avvio delle inchieste e dei processi che si sono sviluppati all’alba del nuovo millennio, non abbiano generato tanti di quei cerchi concentrici da sfociare nel mare dell’intero sistema giudiziario italiano. Con ripercussioni che esulano e di parecchio dalle semplici diatribe tra tifosi al bar dello sport. Anche perché il gioco sembra davvero andato oltre quando qualcuno presente a Roma durante la lodevole iniziativa di presentare un libro sulle relazioni tra la vittoria argentina al mondiale del 1978 e la spinosa e dolorosa questione dei desaparecidos, ha documentato il fatto come lo squallido alibi per un incontro tra Narducci, l’altro pm di Napoli e Moratti, il maggiore beneficiato di tutta l’operazione calciopoli. Anche perché l’Inter ancora oggi tergiversa e non ritiene opportuno riconsegnare sua sponte un tricolore immeritato. Può bastare questo semplice atto di buona volontà? Quello scudetto fu revocato e riassegnato a tavolino nel luglio del 2006. Giacinto Facchetti venne a mancare nel settembre dello stesso anno. Non poteva non sapere quello che aveva detto nel corso di alcune telefonate. Ho sempre pensato che calciopoli andasse raccontata come un spy story. Il giallo continua, la suspense sale, le ombre sono tante, compresa quella di un ricorso al TAR ritirato. Ci vuole coraggio a spingersi oltre. Vedremo chi e se sarà in grado di trovarlo.
la juventina Forza Juve Giusy |