Cupola. Associazione a delinquere. Partite irregolari. Minacce. Abusi di ogni tipo. In altre parole calciopoli. Furono questi infatti i termini con i quali l’indagine del 2006 venne maggiormente abbinata dal sistema mediatico e con i quali questa vicenda venne raccontata al grande pubblico. In fretta e furia, in nome di quel sentimento popolare di cui, pensate un po’, tennero pure conto le sentenze sportive, vennero stabiliti colpevoli e innocenti, ladri e onesti. In un battibaleno, dall’indagine si passò alla sentenza, dai dubbi alle certezze, o presunte tali. Per qualche settimana si accantonarono i più elementari diritti normalmente appannaggio delle persone indagate, si decisero tribunali speciali e, pur di arrivare alla sentenza voluta, si dovette inventare un reato fino ad allora sconosciuto dal codice di giustizia sportiva. Ma tutto passò come normalità, anzi, come atto dovuto. Tutti contenti perché il toro era matato.
2006 – Finalmente giustizia fu fatta. Finalmente vennero a galla i veri motivi delle vittorie e delle sconfitte. Finalmente ciò che fino ad allora erano soltanto sussurri, denunce velate o ipotesi acquisirono il rango di verità assoluta ed incontrovertibile. Finalmente fu chiaro chi erano i ladri e chi invece poteva, con orgoglio e baldanza, definirsi unico depositario dell’onestà. L’inganno era ormai stato svelato: Luciano Moggi, e con lui il suo entourage, controllava il mondo del calcio, decideva le griglie arbitrali, conosceva in anticipo l’esito dei sorteggi arbitrali, pilotava le ammonizioni, aveva in pugno gli arbitri manovrandone le decisioni e decidendone le sorti, intervenendo sia per favorire la squadra di cui era direttore generale sia le società facenti parti della cerchia amica. Così sentenziarono i due gradi di giudizio della giustizia sportiva, con le note conseguenze. Fatti chiari ed evidenti, si disse, tanto gravi da configurare reati con pesanti risvolti penali, tali da meritarsi il rinvio a giudizio davanti ad un tribunale ordinario.
DALLE SENTENZE ALLA VERITA’ IL PASSO E’ LUNGO… – Se le sentenze centrarono l’obiettivo voluto, non riuscirono però a cancellare tutti i dubbi. In fondo, per quei pochi allora non prevenuti era bastato confrontare i fatti rispetto alle accuse e rendersi conto delle stranezze. E così, dal 2006 ad oggi, grazie alla tenacia di qualcuno, cominciò un’altra storia. Un brutta storia. Per chi allora fu condannato e chi fu prosciolto, per chi fu mandato all’inferno e chi promosso in paradiso, per chi doveva indagare a tutto campo e lo fece solo a metà, per chi doveva decidere prendendo in considerazione tutto e ne prese invece solo una parte. Una vergogna in piena regola. Alla luce degli ultimi eventi, senza bisogno di ricordare una per una le telefonate rinvenute e a prescindere dalle sentenze che emetterà il Tribunale di Napoli, è già evidente l’orrore e l’errore, non certo casuale o imprevedibile, ma senza ombra di dubbio voluto e reiterato. A rileggere oggi le sentenze di allora e tutto quelle che le accompagnò viene da rabbrividire: nonostante ad alcuni, tanto a semplici uomini di strada quanto a illustri giuristi e pochi liberi opinionisti, apparissero già insussistenti alla prova dei fatti fin dalla prima lettura, quanto emerso negli ultimi tempi dimostra come la realtà fu ben diversa da come venne raccontata. E cosa ancora più grave dimostra come l’inchiesta, a differenza di qualsiasi altra indagine compiuta in un contesto di civiltà, sia stata condotta con parzialità e stucchevole pressapochismo, partendo dalla conclusione che si voleva ottenere, portando alla luce solo ciò che potesse essere in qualche modo utile a confermare la propria tesi e occultando tutto il resto. Alla faccia del diritto, dei codici, della parità tra accusa e difesa e della presunzione di innocenza.
PRIMA LA FRETTA ORA LA CALMA – Ma intanto qualcuno pagò. E anche pesantemente. E lo fece con decisioni rapide e inappellabili, costretto per di più ad assistere impotente all’esultanza di chi fino ad allora aveva sempre perso sul campo e su questa storia costruì la propria fortuna. La rapidità invocata ed ottenuta nel 2006 fa a pugni con la lentezza di oggi. Allora c’era il sentimento popolare da rispettare in fretta. Oggi invece, forse per vergogna o addirittura timore, bisogna chiarire bene ed ascoltare tutto con calma. Al di là del tifo e delle opinioni di parte, ci sarebbe bisogno di rispetto, dei fatti e della verità, e della necessità di giudicare allo stesso modo lo stesso atto o la stessa telefonata se compiuti da uno o dall’altro. Mai altro caso dimostra meglio di questo la teoria dei due pesi e delle due misure. “Piaccia o non piaccia” qualcuno, prima o poi, dovrà risponderne. E forse le scuse non saranno sufficienti.
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