“Il ricordo della felicità non è più felicità; il ricordo del dolore è ancora dolore.” George Gordon Byron, Marin Faliero doge di Venezia, 1821
Deve essere per forza un ragionamento serio se la frase viene attribuita anche ad Albert Einstein. Di certo il ricordo della felicità è ancora più doloroso quando dopo la felicità si è provato un dolore forte e protratto nel tempo. E’ quello che è successo a noi Juventini. Dall’estate del 2006 viviamo il calcio e la Juventus non più come un passatempo, né come una passione, nemmeno come una zona franca nella quale dimenticare tutto il resto. Per noi Juventini il tempo si è fermato. Dentro un dolore che abbiamo sperimentato non essere più solo un dispiacere per un risultato sportivo, ma un’esperienza di vita imprevista, un contrattempo assurdo, un incidente di percorso di quelli che ti segnano per sempre. Una cicatrice. La Juventus in serie B. Qualcosa che nessuno avrebbe potuto prevedere. Nemmeno nei momenti sportivamente tristi che avevamo vissuto. Le finali perse di Champions, l’acquitrino di Perugia. Agguati del destino. Così li avevamo letti, anche quando avevamo cercato di studiarne i motivi. E avevamo sentito crescere intorno alla Juventus un odio sempre più feroce, fomentato dai media, da mille processi, prima virtuali, poi veri, da moviole impazzite, da decisioni strane. Come quella partita giocata dentro una piscina. O quello scudetto lasciato alla Roma di Capello, che aveva giocato un intero campionato e persino agguantato un pareggio con qualche giocatore che non avrebbe dovuto esserci e che invece una regola tardiva reintegrò nella rosa giallorossa. Si era forti, fortissimi e c’era quella convinzione intima, che faceva parte di noi quanto il nostro stesso essere juventini, che noi comunque avremmo vinto un’altra volta. In questi quattro anni ho sentito ripetere tante, troppe volte che la Juve è morta nel 2006. Non ho voluto crederci. Non ho potuto crederci. Perché la Juventus è per me una ragione di vita. E perché ho scoperto che c’erano tanti altri che non lo volevano, orgogliosamente impegnati, in maniera più o meno consapevole, a dare il meglio di sé perché la Juventus sopravvivesse a se stessa. Alla sua stessa volontà di esistere. All’incapacità di chi se l’era trovata tra le mani senza nemmeno volerla. Senza amarla. Proponendole un destino non all’altezza della sua storia. La Juventus non è morta, di sicuro però c’è andata vicino. Al ritorno in serie A ha dimostrato al mondo il suo furore agonistico, poi si è lentamente spenta. Ha vissuto gli ultimi sussulti di un’eredità pesante, quella della Triade, fino a sfaldarsi nelle ultime cessioni e a mostrare in campo, a causa delle ripetute vicissitudini fisiche di Buffon, uno solo dei suoi talenti storici, il suo capitano, Alessandro Del Piero. Con l’avvento di Andrea Agnelli alla presidenza è iniziata una rivoluzione. Una sterzata attuata da Marotta e Del Neri per ricostruire sopra le macerie di quattro anni di dissennata gestione societaria. Subito da qualche parte dentro la mia testa si è fatta strada la teoria dei corsi e ricorsi storici. E’ nato un parallelismo con una storia già vissuta. Si sono risvegliate emozioni che non so se chiamare ancora felicità, ma di sicuro nostalgia. 1985/86, ventiduesimo scudetto. Finì il ciclo di Trapattoni. Seguirono quattro anni di digiuno. 1990, si inaugurò lo stadio delle Alpi, Chiusano subentrò a Boniperti alla presidenza della Juventus. Con Dino Zoff allenatore, l’ottava Coppa Italia e la seconda Coppa Uefa. 1991. Montezemolo, Maifredi e la “Juventusiasmante”. Prima di calciopoli, era il mio pensiero peggiore. Un disastro, quasi come l’anno scorso. Però arrivò Baggio e vinse il Pallone d’Oro con la maglia bianconera. Correva il 1993, tornato Trapattoni, la terza Coppa Uefa, quella del record che la Juventus condivide con l’Inter, ma essendo stata la prima squadra a raggiungere tale traguardo, nella finale della competizione vinta con maggior scarto di reti. Noblesse oblige. 1994, l’anno della Triade. Lippi, dopo nove anni il ventitreesimo scudetto, la nona Coppa Italia, la Champions… Il resto è storia. Anche quella che hanno cancellato. Oggi come venti anni fa c’è uno stadio da inaugurare. Siamo in Europa, non in quella dei Campioni, ma adesso come allora sarebbe bello se arrivasse la vittoria. Invece la coperta è corta. Qualcuno dice che è meglio rinunciarci e dedicarsi al campionato. Quagliarella e Aquilani sono fuori. C’è sempre qualcuno infortunato. Qualcuno di troppo. La partita con il Milan ha mostrato la stoffa, ma è appena sufficiente. Forse il dilemma si è risolto da solo. A volte bisogna essere soltanto realisti. Lo so, non era il tetto d’Europa, ma su quella terrazza sarebbe stato un belvedere. E poi non è da Juve arrendersi senza provarci.
“Noi non abbiamo mai giocato per perdere o per pareggiare”. Mi scusi, Del Neri, se non l’avevo fatta capace.
la juventina Forza Juve Giusy
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