Non lo dicevo, ma lo pensavo. Non lo dicevo perché non si mettono in piazza i sogni. Porta male. I sogni abitano l’Ego più profondo ed è lì che li si custodisce, li si va ad accarezzare, a degustare golosamente, sbocconcellandoli, assaporandone l’aroma con pudore, con riserbo, nello spazio e nel tempo che ci lasciano, a discrezione loro, le faccende quotidiane, tra un diverbio con un amico, o uno in famiglia, e questo rendez-vous può capitare all’alba appena svegli, o la sera prima di addormentarsi; in mezzo al frastuono di un banchetto al quale sei stato invitato e al quale partecipi di malavoglia perché i cazzeggianti in fregola etilica ti annoiano mortalmente, quando tu, invece, vorresti rimanere solo con i tuoi sogni e non riesci a ritrovare il filo che ti collega ad essi. E così, dopo un incipit che tenta di rifarsi alla prosa ricercata e un po’ barocca di un Giuseppe Berto, si può fissare lo sbocciare della passione al sopraggiungere dell’età della ragione. In prima elementare amavi già la Juventus. Subito dopo i compiti di scuola, ti ritrovavi con i tuoi compagni nel prato avanti casa ed era lì che ti davano l’incarico di formare le squadre, perché tu eri il capoclasse, eri bravo e rispettato ed anche un po’ temuto. Dovevi scegliere, alternando le scelte con un quelle del tuo alter ego (il vice-capoclasse? forse) i migliori a disposizione, in un ventaglio di dieci elementi. La prima scelta toccava a te di diritto, una specie di jus primae noctis indiscussa e tu indicavi Marco, il più bravo realizzatore della brigata e la linea avanzata era quasi a posto, perché Marco era uno che ‘faceva reparto’, un goleador possente ed agile ad un tempo. Lo seguivi con lo sguardo mentre andava a collocarsi alle tue spalle e rimanevi in attesa della risposta dell’alter ego. Che, intanto, si affrettava ad indicare la sua prima scelta. “Edo”, chiamava, e Edo andava a mettersi alle spalle del vice. Lui era bravo tanto quanto Marco, solo un poco meno. Centravanti (così si diceva allora) anche lui. Brusii si levavano dal gruppo. Si cercava di influenzare le decisioni dei due capitani. Toccava al secondo elemento ora, un tuttofare buono in avanti e dietro. “Daniele, Daniele!” ululavano gli esaminandi. “Andrea, Andrea! No, Peppino, Peppino! Chiama Carletto, dài!” E così si procedeva tra applausi e mormorii disapprovanti fino a completare i due schieramenti. Era poi la volta di dare un nome alle squadre. “Noi siamo la Juventus” dicevi tu con un tono che non ammetteva repliche “ e voi l’Inter” imponevi al tuo avversario che, fosse stato per lui, la scelta l’aveva fatta ma, dal momento che coincideva con quella del suo diretto superiore (lui era solo il vice-capoclasse e certe gerarchie reggono anche fuori dalle mura scolastiche), a malincuore accettava l’imposizione. Certo, avrebbe potuto proporre di dare un nome altrettanto altisonante di quello proposto (imposto?) dal capo, ma che razza di derby d’Italia sarebbe stato? “Quanti scudetti ha l’Inter?” si informava, titubante, il terzino sinistro. “Molti meno della Juventus” gli arrivava secca la replica e lui capiva e si adeguava. Un sorrisetto appena accennato, ma pieno di sottintesi, sollevava impercettibilmente il labbro superiore del capo subito dopo la chiosa. Quello era il segno, non falsificabile, di una superiorità antropologica, prima ancora che calcistica che non abbisognava di ostentazioni e clamori. Bastava un sorrisetto beffardo. Stile Juve ante litteram , niente guasconate. Prima di cominciare si ribadiva la regola consolidata dei tre corner per un rigore. Questa regola trovava la sua origine nel fatto che gli spazi, a latere delle porta, erano troppo esigui per una decente parabola della palla. E, si sa, un corner senza parabola, è come un cornetto alla crema senza crema. Non esalta le doti acrobatiche del centravanti. Le partite andavano avanti ad oltranza ed erano autoarbitrate. Si smetteva a crepuscolo avanzato con punteggi dell’ordine di 14 a 11, o 18 a 17, o 22 pari. Qualche contestazione ogni tanto “20 a 19 per noi” “No 19 pari”, fino a che le mamme non reclamavano a gran voce i figli a cena. Chissà se il bravo e simpatico Clouseau , da bambino, praticava il rituale sopra descritto, quando si divertiva a fare il DT. E chissà che nome pretendeva di dare alla propria squadra; “Noi siamo l’Udinese?”; non è plausibile. Ma non togliamo spazio all’immaginazione. Chissà se praticava la prudenza, o piuttosto inclinava alla millanteria: “Ve ne faremo 6” “Vinceremo il torneo con 5 punti di distacco” e via così. So che, da grande, Clouseau ha avuto il grande dono dal cielo di allenare nientemeno che la Juventus ed ora è lì che fa galoppare la fantasia. “Scudetto?” risponde alla domanda provocatoria del giornalista “nulla ci è precluso”. Errore, errore Clouseau. I sogni vanno custoditi nel profondo del cuore, accarezzati, degustati come nu babbà, con parsimonia, tenuti gelosamente segreti, mai declamati. Potrebbero portare cocenti delusioni, accompagnate da sghignazzate irriverenti. Chi te lo fa fare? La prossima volta che te lo chiederanno, risponderai argutamente al giornalista:“Scudetto?” “Zitto e nuota”, casomai la conferenza stampa si tenesse ai bordi di una piscina
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