E’ appena finita Chievo-Juventus e l’eco dell’urlo del napoletano della porta accanto, quasi in contemporanea, si va spegnendo. Mollo un terrificante cazzotto alla porta più lontana, sperando che il fracasso non venga intercettato dagli altri, (un po’ di pudore, e che diamine!), e riesco nella bella impresa di non procurarmi fratture. Cautela inutile, mio figlio intercetta (non perde un colpo ‘sto ragazzo, juventino come il resto della famiglia) e, privo di remore riguardo al rispetto dovuto al proprio genitore, in evidente sofferenza esistenziale, mi rampogna prendendomi irrispettosamente per i fondelli: “Ma che tragedia immane! Ci sono tante altre cose più importanti nella vita” sibila. “A sì ? e quali? Cosa c’è nella vita di più importante della mia Juve? No, ti prego, non farmi l’elenco. Pietà!” replico con voce ferma, fulminandolo con un’occhiataccia. (Dai, non ti ci mettere pure tu, imploro fra me e me). Mah! lui avrà pure ragione. Però, cacchio, un po’ di solidarietà filiale per un padre che soffre! (Ma chi lo ha educato ‘sto ragazzo? Boh!). Lo confesso, è in momenti come questi che accarezzo l’idea di affrancarmi dalla implacabile passionaccia per la mia Juve. Ci deve essere una soluzione ai miei mali ricorrenti, rimugino. Riconquistare il rispetto dei miei figli. E allora mi butto sui presocratici. Non credere più a niente, lasciare che il Caso (o il destino? Ecco una bella opzione filosofica, ma non è il momento di approfondire); dicevo, il Caso faccia il suo corso senza intaccare i miei sentimenti più profondi, lasciandomi indifferente alle vicissitudini della mia Juve e libero di non soffrire, dappoiché ogni sofferenza ha un limite (o ogni limite ha una sofferenza, come diceva il Principe De Curtis?). Da questa elementare considerazione prese le mosse la filosofia del grande pre-socratico che pose a fondamento del suo basilare pensiero una categoria di felicità che si connota in negativo e cioè come mancanza di dolore. Tradotta, questa teoria, nei termini del buon senso popolare, suona così: “Occhio non vede, cuore non duole”. Per Epicuro la felicità è il piacere e il piacere può essere in movimento (gioia), o stabile (assenza di dolore). Soltanto la totale assenza di dolore (atonìa) e di turbamento (atarassìa) sono eticamente accettabili e dunque costituiscono la vera felicità, sostiene il grande filosofo. E’ precaria assai la posizione di uno juventino vero, di quelli d’antan come nel mio caso, deciso ad abbracciare (convintamente?) la filosofia epicurea, ma arriva un momento nel quale una decisione va presa , ne va della propria salute mentale e fisica. Tradotta in comportamenti quotidiani, in prassi, direbbero i presocratici, l’esistenza di uno juventino epicureo si articola in questi momenti: Spegnimento di Tv e radio durante le partite della Juve, fingendo di interessarsi, seduto in punta di glutei sul divano del salotto, alla biografia di Frans Bruggen, o al manierismo del Pantormo; scrutare, a intervalli di due/tre minuti, il quadrante dell’orologio, pensando erroneamente che, di minuti, ne siano passati almeno dieci dall’ultima osservazione; dissimulare interesse per le proposte culinarie che tua moglie (oggi pollo allo spiedo, o porchetta con finocchio bastardo?) ti va elencando. (ma chissenefrega, pensi), va tutto bene, scegli pure tu, riesci a replicare in un pietoso stato di trance para-agonistica, assolutamente malcelato. Tendere l’orecchio a ogni parvenza di boato dovesse provenire dalla piazza sottostante e, se questo avviene, chiedersi angosciosamente, quale significato può avere (gol della Juve, gol del Chievo, palo , rigore e via interpretando). Il momento clou arriva a cinque minuti dalla fine, quando aleggia un silenzio surreale dentro e fuori il caseggiato: è un buon segno, perché nell’intervallo hai captato che la Juve è in vantaggio. Poi il crollo. Quello che non avresti mai voluto sentire. Pareggio del Chievo all’ennesimo, incredibile, vigliacco novantanovesimo minuto di recupero. Il vantaggio del comportamento di tipo epicureo sta in questo: che la sofferenza, quando c’è motivo perché ci sia, viene quantomeno lenita, se non del tutto neutralizzata, proprio perché non immediata, e brutale, ma filtrata, mediata e tu, in qualche modo, hai fatto in tempo ad erigere un minimo di difese, atte a mettere in moto l’istinto di sopravvivenza. Sopravvivi, e senza alcuna intenzione di accendere la Tv, perché sennò ,scatterebbe un supplemento di nervosismo di cui non senti proprio il bisogno in quel momento. E neanche dopo. Sennò che epicureo saresti?
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