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          L'ANGOLO DEL TIFOSO
Articolo di Saverio di Savino del 03/01/2011 16:38:16
Piazza S. Michele, D. Felice e il pallone di cuoio
Quando ero ragazzino giocavo a pallone in piazza San Michele; si giocava a chi arrivava prima a 10, 15 o addirittura a 20; quando si arrivava appaiati ad un punto dalla vittoria, si giocava ad oltranza e vinceva la squadra che creava due gol di scarto. Lunghe giornate passate a giocare a calcio evitando una fontana, posta al centro della piazza,dentro la quale, quando ci finiva il pallone, si batteva il fallo laterale. Una decina di ragazzini che rincorrevano un “tango” (quando ci andava bene) con ai piedi le scarpe che le mamme compravano al mercato il martedi perché quelle buone servivano per “uscire” la domenica.

Le partite più importanti le giocavamo “giù all’orto”, un campetto in terra e polvere gialla dove adesso c’è la caserma dei carabinieri. Lì non c’era la fontana al centro, anzi c’erano le “porte” con pali e traverse di legno da noi montati alla ben meglio; ma non potevamo giocarci spesso, le scarpe si rovinavano troppo presto, ci impolveravamo tutti e i portieri finivano la partita con le tute più sporche e strappate del solito. Era il ns. terreno di gioco ufficiale per le sfide con gli altri quartieri (S.Chiara, Quartiere Stadio, Petronelli…Via Istria).

Per le partite di tutti i giorni, quelle dove pensavamo più a divertirci che a vincere, quelle dove correvamo di meno perché Don Felice (pace all’anima sua), nostro “garante” con le famiglie, poteva all’improvviso chiamarci a far da chierichetti per qualche matrimonio (e guadagnar qualche mancetta dagli sposi) scegliendo sempre quelli più “composti” e meno sudati, piazza S. Michele andava più che bene.

Chi portava il pallone aveva ovviamente una sorta di potere, che esercitava nel formare la squadra e decidere dove e quando giocare. Di solito si cercava di comporre squadre equilibrate per far venir fuori belle partite e si giocava cercando di non esser troppo fallosi, non tanto per non infortunarci, ma per evitare di strappare involontariamente la maglietta, cosa che sarebbe stata causa di “rimproveri” (mazzate a volte) da parte della mamma. Ma soprattutto si correva poco e si giocava “di fino” per non sudare troppo ed esser sempre “pronti” per Don Felice.

A volte capitava che nessuno di noi avesse un pallone e giocavamo con le bici o ad altri giochi intraducibili, quando faceva più freddo ci rifugiavamo i parrocchia a giocare a ping pong o a calcio balilla.

C’era tra di noi un gruppo di bambini capeggiati da un altro un po’ più grande di noi; loro giocavano a calcio sempre con qualche maglietta originale, la sera potevano far più tardi di noi, il capo aveva sempre più figurine di tutti, un pallone vero di cuoio e giocava con scarpe che noi avremmo usato la domenica…erano, insomma, un po’ più “In” di noi …ma, nel gioco in sé, non erano bravi come la maggior parte di noi. Per questo, facevamo sempre in modo di giocare col ns. pallone, con la scusa che il loro avrebbe potuto bucarsi sulle “lance” dell’inferriata all’ingresso della chiesa, di modo che, quando formavamo le squadre, si cercava di dividerli in maniera equilibrata tra una squadra e l’altra per disputare partite più equilibrate e magari più lunghe. Ma non sempre qualcuno di noi aveva il pallone; a volte l’unico pallone disponibile era quello di cuoio del bambino più “In”.

Così, affamati di calcio come tutti gli adolescenti di quegli anni, le prime volte che ciò accadde, accettammo di giocare con quel pallone sottostando alle “regole” imposte dal proprietario che, quindi, oltre a decidere dove e quando giocare, esercitava il suo “potere” nella composizione delle squadre. Questo “tipetto” decideva sempre di giocare “giù all’orto” e componeva sempre squadre squilibrate tra loro; giocava sempre come se fosse una finale di coppa dei campioni, a volte, addirittura, lui o qualche suo amichetto, nel commettere un fallo ci strappava la maglietta, per non parlare del fatto che era sempre lui a decidere se un fallo fosse tale o no, piuttosto che se la palla avesse varcato la linea di porta nei gol dubbi.

Quando qualcuno di noi obiettava su qualche sua decisione “arbitrale” – “c sì maffius” gli dicevamo (sei un mafioso) - oppure ci mostravamo contrari al giocare su quel campo, o perché non ci divertivamo a disputare partite squilibrate che terminavamo 20 a 3 in un quarto d’ora, lui prendeva il pallone in mano e minacciava di andarsene: “Il pallone è mio e decido io” diceva in dialetto.

Così, dopo qualche paio di scarpe rovinate prima del tempo, tute e magliette strappate, ma, soprattutto, dopo avere capito che, quando il pallone lo portava lui ,non ci si divertiva; in maniera del tutto naturale, senza metterci d’accordo, cominciammo, in quei casi, a preferire di giocare ad altri giochi od andare a prendere le bici. Nonostante giocare al calcio fosse il nostro gioco preferito riuscì, con i suoi modi e le sue regole, a farci perdere il gusto di farlo.

“U palloni iè u suu…e scquess iidd” (il pallone è suo….e ci giocasse lui) pensavamo, e quando lo vedevamo giocare da solo con i suoi amichetti, e vincere facile con i suoi “soprusi” o segnare coi suoi “gollonzi” sbilenchi, nonostante la nostra voglia di calcio, non provavamo invidia, anzi, gli ridevamo dietro…perché…tanto…chissà perché…Don Felice chiamava sempre noi a servir la messa ai matrimoni…ed intascar qualche bella mancetta…per comprarci un bel “super santos”…o un “tango”…quando ci andava bene…e tornare a divertirci….a giocare…al calcio…quello che più ci piaceva.
 
 
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