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          L'ANGOLO DEL TIFOSO
Articolo di andrea Danubi del 16/04/2010 15:25:46
Lettera aperta a Giampiero Boniperti
“Sarebbe un magnifico governatore, come certi inglesi dell’Ottocento. Incarna
l’efficienza, la fedeltà ideale, il consistere: sono questi i suoi discorsi veri,scrivibili sul rettangolo di una cartolina. Eppure non lo capiscono, gli rinfacciano di non svelarsi. Basta guardarlo ed intendere, invece.”
Giovanni Arpino

Caro Presidente,
nessuno più di Lei rappresenta la leggenda della Juventus. Lei ne ha incarnato lo spirito piemunteis, la virtù sabauda, l'atteggiamento borghese ma non snobistico.

Lei ha combattuto per questi colori dal 1946, prima in campo, con la fascia di capitano, poi dalla stanza dei bottoni. Lei ha visto passare calciatori, allenatori e dirigenti di ogni risma. Lei ha difeso il concetto di juventinità come nessun altro, ne è impregnato fino al midollo. Lei ha rivendicato, ad esempio, il valore della coppa di Bruxelles: abbiamo vinto per i nostri morti. Lei “è” la Zebra, la sua storia e la sua leggenda.

Ricordo la Sua lettera, quando Le scrissi per rallegrarmi del Suo ritorno a casa dopo la sciagurata gestione-Montezemolo e per segnalarLe un errore apparso in una celebrazione di Scirea; Lei dimostrò grande sensibilità verso il tifoso sconosciuto, comprendendo in pieno cos'è la Juventus per quelli come me. Ricordo quando ci conoscemmo la sera dell'inaugurazione di Juvecentus, stavo parlando con Pierin Dardanello e Lei entrò, immediatamente circondato da telecamere e microfoni. La “Juventus bonipertiana” era un simbolo, era il mio orgoglio, era il cuore operaio di Beppe Furino, la classe cristallina di Franco Causio, la mostruosa efficacia di Dino Zoff, l'atletica eleganza di Antonio Cabrini, il sinistro educato di Liam Brady, il nerbo strategico di Marco Tardelli....

La storia è cambiata. La Juve è cambiata. I suoi tifosi, purtroppo sono cambiati. E non solo perché il football intorno a noi non ha più quella magia, quelle dimensioni artigianali. Non solo perché il sottoscritto bambino, leggendo un articolo di Caminiti, entrava a bocca aperta nell'immaginario bianconero travolto dalla prosa aulica del povero Vladimiro, e quando saliva i gradini dello stadio, fra mille sciarpe e bandiere zebrate, restava senza fiato, con lo stomaco chiuso, ascoltando quel bellissimo inno...”Juve Juve – il Comunale grida già ...”

Quel ragazzino ingenuo non c'è più, non c'è più il calcio delle maglie di lana senza sponsor, dei numeri dall'1 all'11, delle radioline con le voci di Ciotti e Ameri, del pallone di cuoio, delle figurine di Haller e Salvadore, del poster di Anastasi, dei “riflessi filmati” di Paolo Valenti. La passione per la Juventus è rimasta però intatta, l'ho seguita in tanti stadi d'Italia e del mondo, con sacrifici personali che ho sempre messo dopo la Vecchia Signora. Non m'è passata all'Heysel; non m'è passata a Perugia, dieci anni fa. Non m'è passata negli anni di digiuno, perché sapevo che il Mito comunque non declinava, che avevo una società in cui potevo credere, avevo una proprietà innamorata, dei dirigenti capaci. Una continuità tecnica e storica, un popolo immenso, uno stile. Poi è arrivata calciopoli. La fine. Una squadra smembrata, un club alla deriva affidato ad incompetenti, una serie di errori e malintesi e cialtronate impossibili da elencare. Una mortificazione costante, ad ogni partita, ad ogni intervista. Una sensazione di impotenza umiliante, la bruttissima assuefazione alla sconfitta. Una tifoseria stordita, in alcuni disamorata, in altri incattivita, comunque frastornata, depressa, annientata. E soprattutto divisa. Quelli cosiddetti “rancorosi”, come chi Le scrive, hanno cercato di approfondire attraverso attente letture cosa ci hanno fatto ingoiare quattro anni fa.

Presidente, Lei sa che la tremenda estate 2006 è stato uno spartiacque micidiale. La Juventus FC si vide azzerare il gruppo dirigente prima ancora del processo. Mi chiesi: per 12 anni ti hanno fatto vincere senza spendere e adesso, senza neppure aspettare le accuse, il Nipotino Indegno giubila Moggi Bettega e Giraudo?

Al di là della Sua antipatia per la Triade, che in parte capisco, mi dica: perché Lei è stato con i carnefici? Presidente, noi l'abbiamo sentita difendere l'operato di Cobolli e Blanc, di Zaccone, ad una assemblea dove parve a molti che Lei sia stato usato come paravento per placare gli inferociti piccoli azionisti. Eppure io non posso credere che sia tutto solo figlio del rancore per i manager scelti da Umberto; e per altro non posso pensare che Giampiero Boniperti abbia dimenticato cos'è il calcio, come si gestisce un allenatore, uno spogliatoio, come si mette in campo una squadra, come si agisce da dirigenti, come si scelgono i campioni, quanto si pagano, qual'è il momento per venderli.... cose che gli uomini nuovi voluti da John Elkann non hanno saputo fare. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Lei sa che la Juventus FC è rimasta solo nominalmente; in realtà, pur avendo la stessa divisa bianconera, pur abitando nello stesso palazzo, pur vivendo nella stessa città ha perduto la cosa più importante, la dignità di rappresentare QUELLA STORIA. E allora, Presidente, il Suo sangue bianconero non può essersi annacquato. Lei non può limitarsi, in questa fase, al ruolo di monumento da onorare. Lei non è mai stato loquace pubblicamente: adesso La invito a parlare. Lo faccia per noi, perché in questo marasma, ora che stiamo scoprendo ( per me è una conferma) di essere stati raggirati da quei poteri forti che hanno costruito la farsa che ci ha distrutti, e di essere stati venduti al nemico, ora che siamo senza un riferimento, senza un appiglio.... vorremmo sentire la Sua voce, la Sua autorità. Vorremmo sentire Giampiero Boniperti che va in TV e dice al popolo zebrato: state tranquilli, tutto tornerà a posto. E anche se non sarà vero, per una notte, forse, ci addormenteremo con pensieri più lieti, con la magia della Juventus che tornerà a batterci forte nel cuore.

Grazie Presidente, La saluto con una frase che Lei ha ripetuto per tanti anni: “Juventini si nasce, e juventini si muore.”

Una forte stretta di mano.

Andrea Danubi


 
 
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