Abete non è una quercia. Nemmeno lo vogliamo dipingere come un fuscello in mezzo alle tempeste di vergogna del calcio italiano. Prendiamo ad esempio l'ultima brutta figura per l'intero movimento calcistico italiano: il rinvio della gara
Cagliari-Roma a causa della disubbidienza all'ordine costituito da parte del presidente cagliaritano Cellino. Nell'onda di disapprovazione del primo minuto vi era anche il Presidente federale, il quale aveva capito che con quegli atteggiamenti Cellino
«danneggia il nostro calcio». Visto che proprio
non è riuscito a stare zitto per evitare di condizionare la giustizia sportiva in merito al 3-0 a tavolino per la as Roma, Abete ha dichiarato il minimo sindacale.
Tempo qualche giorno e Giancarlo dal legno tenero si sarà ricordato che nella sua indole c'è il desiderio di
riscuotere il più ampio gradimento possibile (il che in tempi pre-elettorali è cosa buona e giusta). Ecco dunque che quel presidente che ricopre di vergogna l'italpallone diventa
«un grande dirigente, che si è speso tanto per la città di Cagliari e per la sua squadra, nonché per il calcio in generale. Ha commesso un errore, e non sono certo il solo a dirlo, ma sarà lui stesso a riconoscerlo. Chi non ha mai sbagliato nella vita? L'importante è ripartire. Adesso gli organi competenti valuteranno il da farsi, ma di certo non c'è nulla di personale contro il presidente del Cagliari».Questa dichiarazione dimostra bene come
il presidente della FIGC sia capace di tenere il piede in diverse scarpe contemporaneamente. Riesce infatti nell'impresa di elogiare Cellino, avvisarlo che deve ammettere lo sbaglio e scusarsi, non urtare le componenti interne della giustizia sportiva, fare il filo alla città e alla squadra sarda e infine, cosa per lui più importante, dichiararsi amico di tutti.
L'uscita di Abete si commenta da sola. Molto sommessamente mi chiedo cosa abbia fatto di buono per la città di Cagliari e in generale per il paese Massimo Cellino. Ha dato uno svago domenicale; e poi? Se ci penso bene il buon Cellino (
«grande dirigente»), pur avendovi i principali interessi economici, non risiede nemmeno in Italia. Non concorrere quindi alle sorti italiche in ragione della sua
personale capacità contributiva. Situazione lecita per carità, ma chi è quell'italiano che vuole tenerselo stretto? Forse Abete. Beh, in quel caso possono abbracciarsi stretti stretti e starsene entrambi a Miami.
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