“Cosa la fa più arrabbiare?” Mentre l’Italia si butta nella “Grande bellezza” di Sorrentino e di Canale5, per una volta a Mediaset quel che è di Mediaset, l’opera che ha portato a casa l’Oscar per il miglior film straniero, concedendosi una serata evento che, volenti o nolenti, invita a riflettere e a ripensare oltre la storia del cinema, complici i riferimenti a Fellini che salgono su alla memoria come la marea per l’attrazione della luna, Ballarò va come al solito in onda su Rai3.
Sicché, mentre irrompe con tutto il suo fascino di splendore disfatto una Roma dai colori e dagli umori musicali inconsueti, sfondo immortale e immaginifico di una realtà tutta sgretolata nei pannelli corali del film, sempre più scollati, sempre più svincolati dalla cronaca, persi e dispersi nei rivoli di un decadentismo senza dignità, il rotocalco settimanale di Giovanni Floris interviene a ricondurre alla cronaca la percentuale più disillusa degli italiani, quelli che dopo dieci minuti hanno già cambiato canale. Alla ricerca dei fatti, restii a cedere alle pulsioni del pensiero e dell’anima, prosaicamente immersi nelle vicende che ogni giorno narrano la lotta quotidiana per far quadrare i conti e cercare di afferrare le logiche di turno di chi detta i tempi e impone il pagamento delle tasse.
C’è n’è molta di rabbia in giro. E la rabbia va cavalcata alla televisione. Guai a rinchiudersi nel guscio delle pieghe astratte dell’arte, a rovistare nei meandri della mente, a discutere di sentimenti e di estetica. Potrebbe abbassare l’audience, distruggere il gradimento, far cambiare canale come il film di Sorrentino.
Ballarò è una di quelle trasmissioni che hanno la pretesa di restituire agli italiani un’informazione corretta. Floris è un giornalista stimato, invita tutti, accende le discussioni, sta sul pezzo, approfondendo. Perciò non può mancare il sondaggio, destinato a cogliere le istanze che provengono dal basso. Cosa c’è di meglio di chiedere direttamente, senza giri di parole, senza chiacchiere, ai telespettatori cosa li ha fatti arrabbiare di più nell'ultima settimana? Al primo posto “il via libera del governo ai comuni sull’aumento della TASI”. Ci sta. In questo paese va sempre a finire che le tasse le butti fuori dalla porta e rientrano dalla finestra, con un altro nome che le rende sempre uguali a se stesse, salvo che rincarate. Share del 43%. Checché ne pensino tanto i distributori quanto i fruitori di Oscar, con il 24% delle preferenze si assesta al secondo posto la città eterna, quella vera, non quella dalle pretese di universalità dei film, che riesce a fare imprecare all’idea di quanto graverà su tutta la comunità e non solo su quella indigena “il decreto per ripianare il debito di Roma”. Piazzamento di riguardo al terzo posto, con il 21% degli intervistati che invocano “l’ennesimo crollo a Pompei”, per testimoniare la ripresa dell’interesse per la salvaguardia dei nostri beni artistici e monumentali. Dei quali agli italiani è fregato poco in verità negli ultimi decenni, ma che forse “La grande bellezza” avrà il pregio di farci riscoprire. Prima che sia troppo tardi.
E’ alla quarta posizione che io mi arrabbio. Me la ritrovo pubblicata nel web. Mentre mi lasciavo suggestionare dalla bellezza e oracolavo sulla qualità del cinema italiano e sulle vie che avevano condotto gli americani a sceglierlo, la “bruttezza” mi prendeva in contropiede. La mistificazione, la bugia, forse la stessa incuria che fa crollare pezzo dopo pezzo il patrimonio culturale del nostro paese.
Ciò che ha fatto arrabbiare di più il 5% del campione di italiani prescelti da Ballarò nemmeno c’è. E’ frutto della fantasia e del sentito dire. Come nel peggiore bar dello sport e come nei peggiori articoli vomitati dai quotidiani ai tempi di calciopoli (chiedere a Dondarini e a Paparesta), il 5% degli italiani si è indignato questa settimana per “il dubbio rigore concesso alla Juventus contro il Torino”. Nel derby che la Juventus ha vinto per uno a zero con un gol su azione di Tevez (
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Una doppia gaffe. Dettata dal
pressappochismo congiunto della società autrice dei sondaggi e della redazione di Ballarò, che ha offerto uno spettacolo mortificante di deontologia professionale da strapazzo. Un lapsus che ha sbugiardato un’intera categoria di giornalisti sempre pronti a cavalcare il diffuso sentimento popolare senza nemmeno effettuare qualche verifica. Il derby era stato foriero di polemiche, per i due mancati rigori concessi, uno per parte, l’esclusione dell’episodio pro Juve dalle moviole per motivi di sinteticità, le scuse di SKY alla società bianconera (
Link. Ma il giornalismo di Ballarò li ha superati tutti, ricordando il sistema che fu dei Magnifici 12 che effettuarono le indagini di calciopoli con il copiaincolla dei tabellini della Gazzetta rosa e del Corriere del Sport, ma non di Tuttosport che a loro avviso era juventino.
Era accaduto tre anni fa a Milena Gabanelli (
Link), con una puntata di Report nella quale era stato trasmesso un servizio discutibile sul calcio e le filosofie di Zeman. Era successo a Corrado Formigli 2 anni or sono con Piazzapulita (
Link), allorquando confuse calciopoli con il calcioscommesse e tappò la bocca a Moggi e a Oliviero Beha. Lo ha fatto Travaglio con l’intercettazione nella quale Facchetti chiedeva il n 1 e a proposito del processo per doping che ha visto coinvolta la Juventus (
Link). Persino Michele Serra questa settimana non ha saputo resistere alla tentazione, scrivendo nella sua rubrica “L’Amaca” degli striscioni contro i morti di Superga e nascondendo quelli contro l’Heysel.
Tacere occultando i fatti forgia il sentimento popolare. Diffondere notizie false è l’ultima frontiera per rincorrere il consenso? “In principio fu il verbo, poi il discorso, poi l’affermazione, poi l’informazione, infine un chiasso infernale”. (Carlo Dante, Minime pervenute, 2010)