CAMPIONI D’ITALIA NON CI SI INVENTA
GIANCARLO PADOVAN
Non ci si improvvisa campioni d’Italia, meno che mai ci si può attribuire un titolo che non si è meritato sul campo. L’Inter sta scoprendo a proprie spese quanto pesi quello scudetto che indebitamente le è stato cucito sulla maglia e, magari sulla scorta di certe spiacevoli coincidenze, come addirittura venga considerato un autentico abuso. L’Uefa, per esempio, nella sua guida ufficiale, non attribuisce all’Inter quattordici scudetti, ma tredici. Sarà, come dicono tutti, una dimenticanza. Tuttavia a me sembra un lapsus freudiano. Non si tratta di cattiva volontà, è che si fa oggettivamente fatica a riconoscere un successo a tavolino perché esso non può appartenere né all’immaginario collettivo, né al merito effettivo (casomai ad un merito potenziale, rimasto comunque inespresso). Anche per questo, e non casualmente, l’Inter è diventata una delle società più antipatiche d’Italia. Lo è perché si è attribuita il privilegio dell’onestà (e una sentenza patteggiata nel maggio scorso in sede penale per un passaporto falso avrebbe consigliato maggiore prudenza), lo è perché è stata premiata da un verdetto politico. Non c’è di peggio per eccitare detrattori e avversari. Dicono: non sono quelli che, oltre ad aver vinto lo scudetto, hanno allestito la squadra più forte d’Italia e d’Europa? Ecco un ottimo motivo per decuplicare le forze (l’abbiamo visto in Portogallo con lo Sporting), per addizionare motivazioni a suggestioni, energie a lucidità.
Non è solo dell’Inter (peraltro innervata da Vieira e Ibrahimovic) che voglio parlare. Voglio anche parlare di quanto sta accadendo a tutti gli ex juventini che hanno preferito la fuga alla testimonianza di fedeltà. Lo so che non è più il tempo delle bandiere, però sono convinto che i metodi usati da Capello, Cannavaro ed Emerson – peraltro al pari di Thuram e Zambrotta – abbiano veramente ferito il tifoso bianconero. Ebbene se in Champions League l’Inter ha perduto a Lisbona, il Real Madrid ieri è stato travolto, sul piano del gioco oltre che del risultato, a Lione. Penosa la retroguardia di cui Cannavaro dovrebbe essere un pilastro e sulla quale Capello fonda il proprio calcio. Naturalmente non siamo in presenza di una maledizione, piuttosto del riequilibrio della realtà dopo troppe parole e infiniti peccati di superbia: non sono giocatori e tecnici a fare grandi le squadre, sono i club e chi li gestisce a metterli nelle condizioni di rendere al massimo. La Juve aveva tutto e (quasi) tutto vinceva. L’ultimo scudetto, quello del 2005-2006, ne è la prova lampante. |