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22/07/2022
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
          GLI ARTICOLI DI GLMDJ
Editoriale di M. VIGHI del 08/12/2008 22:56:52
Come si voltano le pagine

 

Un uomo vide Nasrudin che cercava per terra qualcosa davanti a casa.
“Cosa hai perso Mulla?” gli chiese. “La chiave”, rispose Mulla. Si misero tutti e due in ginocchio a cercarla. Dopo un po’ l’uomo chiese: “Dove ti è caduta esattamente”?
“In casa”.
“Ma allora perché la cerchi qui?”
“Perché c’è più luce che dentro casa”.

Di questo breve passaggio, estratto dalla saga delle peripezie di Mulla Nasrudin, siamo debitori nei confronti di Idries Shah, scrittore indiano e di estrazione cosmopolita (padre afgano, madre scozzese, e lui visse la gran parte della sua vita a Londra), di tradizione sufi.
Quale uomo può in tutta sincerità dichiararsi immune da questo atteggiamento?
Ecco, nel tentativo di sviluppare una sana autocritica, mi spingo a dire che noi che apparteniamo al mondo impegnato nel revisionismo di quel di farsopoli, siamo stati in qualche modo vittima di questo errore.
Ridotti al silenzio dai poteri forti dei mass-media, rifugiati in qualche scritto indipendente e sui nostri siti internet, costretti ad intervenire nell’universo dei forum juventini per propagandare il dubbio e la necessità di liberarsi dai luoghi comuni imposti dal quotidiano rosa di turno in favore di una libera e non distorta presa visione dei fatti, abbiamo rischiato di emulare più volte Mulla Nasrudin.
La necessità era (e resta!) dialogare con gli altri per confrontarsi ed invitarli come san Tommaso a verificare con mano l’infame tranello ordito ai danni della Juventus. Mentre a volte, stanchi e avviliti dal lavoro imponente che il “manovratore” può permettersi restringendo praticamente al solo web le nostre possibilità di farci sentire, abbiamo finito con il dialogare con noi stessi, e rifiutare coloro che non volevano prestare le orecchie alla nostra campana, anziché ostinatamente avvicinarci a loro con il ragionamento e l’ostentazione delle tante contraddizioni di chi non ci vuole bene. Abbiamo scelto la luce, quando era nel buio che dovevamo tenacemente spingerci.
Nondimeno, ciò ha certamente contribuito a formare una nostra identità, forte e consapevole, che oggi più che mai ci contraddistingue e ci rende fieri e portatori sempre più orgogliosi di un animus pugnandi alla ricerca della verità e della giustizia.
Ma vorrei dire di più.
L’autocritica è occasione di crescere, ma l’umiltà di ammettere gli errori non deve essere confusa con un ridimensionamento del valore dell’opera che stiamo svolgendo e del suo significato.
Quanto potremmo essere severi con noi stessi, qualora riconoscessimo lo sbaglio sopra esposto?
Non molto, perché pur sempre animati da nobile intento.
Ancora meno, perché la difficoltà di sapere di avere limitati campi di azione per riuscire a farci sentire, e incontrare così tanta resistenza dai nostri stessi fratelli di tifo, era forse qualcosa che non eravamo in grado di prevedere. E non si può pensare di essere sempre esposti al confronto, e di mantenere le forze e la pervicacia senza rientrare ogni tanto alla base, tra di noi, per ritemprare le forze, riposarci, aggiungere competenze alla nostra conoscenza della materia, e ripartire di slancio a cercare di trovare il dialogo necessario per allargare i nostri confini.
Sono quasi sicuro che chi ci legge ma non ha ancora abbracciato la nostra causa, questo fattore emotivo non l’abbia soppesato correttamente.
E spero di cuore, se qualcuno di loro ha letto il mio editoriale del 3 dicembre, “Alla ricerca della visibilità”, che l’auspicato esame di coscienza non sia stato condotto solo tra di noi, ma vi abbia concesso anch’egli cinque minuti del suo tempo.
Non ci permetteremo di fare l’esame di coscienza noi in sua vece. Anzi, forse ho già personalmente peccato di qualche pretesa nell’avanzare alcune suggestioni al termine dell’editoriale sopra citato.
Una cosa però va chiarita subito.
Un punto fondamentale sul quale noi non saremo mai accondiscendenti né comprensivi, né aperti al dialogo, ma sempre e solo irremovibili, è la condanna della politica del “voltare pagina”.
Non dimentichiamo e non dimenticheremo mai che tale condotta è iniziata dalle parole di John Elkann, “Oggi voltiamo pagina dopo quello che abbiamo appreso nelle scorse settimane e che rappresenta un capitolo triste nella storia della Juventus”, profferite prima ancora che il meccanismo di farsopoli si mettesse in moto (anche se forse, a nostra insaputa, era in atto già da tempo). Con tanto di mani avanti: “Questo non è un disimpegno della famiglia Agnelli”.
L’atteggiamento, con stucchevole coerenza, non è mai mutato.
Non dimentichiamo e non dimenticheremo mai che i media hanno voltato pagina: tutto quanto ottenuto sul campo da una straordinaria juventus in anni meravigliosi che mai dimenticheremo, è stato cancellato.
Non dimentichiamo e non dimenticheremo mai che la juventus ha scelto di voltare pagina anche rinunciando dapprima ad una difesa degna di tal nome nel procedimento sportivo, e, successivamente ed imperdonabilmente, a presentare un ricorso al Tar che quasi unanimemente i giuristi ritengono sarebbe stato accolto.
Non dimentichiamo e non dimenticheremo mai che tutti coloro che ruotano intorno alla società Juventus nemmeno in una dichiarazione hanno difeso l’operato degli ex dirigenti che pure è innegabile abbia contribuito così tanto alle vittorie ed ai successi ottenuti in quegli anni. E così prosegue oggi sul suo sito internet e sul suo canale Juventus Channel.
Non dimentichiamo e non dimenticheremo mai che la stampa e le televisioni ha dato e dà voce relativamente a farsopoli solo all’accusa, e mai alle tesi portate dalla difesa.
Nessuno ci accusi di anacronismo. E quello di “nostalgici”, è per noi ormai un vezzeggiativo, di cui andiamo rancorosamente e permalosamente fieri.
Ma nessuno di noi vuole vivere nel passato. Amiamo troppo la Juventus per desiderare davvero questo sentimento che, se portato all’eccesso, è solo fonte di autocommiserazione e autodistruzione.
“Vivere per il presente, sognare per l'avvenire, imparare dal passato”.
Questo è il proverbio popolare che ci si addice. Imparare dal passato non è voltare pagina, passare oltre sprezzantemente e con ingratitudine. E’ valorizzarlo, è imparare dagli errori, è contestualizzarlo, è comprenderlo. E’ battersi se è stato calpestato nella sua dignità e leso nel suo onore.
E’ tentare di restituire alla storia il suo vero valore, perché non venga sminuito, ma resti per sempre quello che gli compete.
Un domani, non ci saremo più a testimoniare che i nostri occhi videro undici leoni non lasciare agli altri che briciole per dodici anni, da San Siro al Camp Nou, dall’Olimpico al Delle Alpi, da Glasgow a Tokio.
La storia la scrivono i vincitori, e se noi continuiamo a lasciare che voltino pagina, essa rimarrà come l’hanno ignobilmente corretta loro, falsa e sporca di menzogne, e nessuno potrà più riscriverla; e allora, e stavolta irrimediabilmente e per sempre, saremo davvero “i ladri”, e quel sentimento popolare che animava i nostri avversari di tifo, avvezzi a rifugiarsi in quel basso istinto per mascherare l’insoddisfazione della perenne inferiorità sul campo, diverrà una verità storica.
Indro Montanelli un giorno disse: “un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente”.
Noi non volteremo pagina. Viviamo nel presente e sogniamo un futuro per la nostra Juventus. Ma siamo consci che se non le restituiamo il giusto passato, su cui poggia inevitabilmente il presente, il futuro non potrà mai essere all’altezza della sua straordinaria storia.
Andremo avanti ad esortare a non ignorare.
E a chiedere di unirsi a noi, per voltare davvero pagina, ma solo quando ad essa sarà restituita la dignità che le compete.
 
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