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Inchiesta/Intervista di M. VIGHI del 23/02/2012 07:52:12
Mi sono fidato della FIGC, e ho sbagliato!

 

Intervista ad Umberto Pecchio

La vigliaccheria chiede: è sicuro? L’opportunità chiede: è conveniente? La vana gloria chiede: è popolare? Ma la coscienza chiede: è giusto?
Bastano pochi attimi a colloquio con Umberto Pecchio, per comprendere che i quesiti cui l’uomo cerca risposta nascono dalla coscienza, che egli ascolta umilmente accompagnando la domanda con uno sguardo incessantemente rivolto verso l’Alto. Nella sua battaglia per i diritti dei giovani calciatori non anela ai salotti televisivi, non si sarà guadagnato molte amicizie, e non gli si prospetta nessun ritorno economico a titolo personale. C’è un dovere non adempiuto dalla FIGC nel periodo di tempo che intercorre dal 1997 al 2006 (ma forse fino dal 1981), ed egli chiede solo che qualcuno ne risponda. Perché? Perché è giusto. Negli ultimi sette anni ha inviato ottantasei raccomandate tra rappresentanti nazionali, regionali e provinciali; ha cercato di sensibilizzare i politici che avevano dichiarato di interessarsi al problema (Daniele Marantelli); ha scritto ai dirigenti FIGC che rappresentavano in prima persona i giovani (Luigi Agnolin), la Federazione stessa (Guido Rossi prima e Giancarlo Abete in seguito), le leghe professionistiche e dilettanti (rispettivamente Antonio Matarrese e Carlo Tavecchio), persino il Coni (Gianni Petrucci); ha inviato esposto alla Corte Federale (dichiaratasi non competente) ed alla Procura Federale (che non ha ravvisato gli estremi per aprire un fascicolo di indagine); ha provato a contattare i politici che rappresentavano lo sport (Giovanna Melandri) e il Welfare (Roberto Maroni). E l’elenco dei nomi sopra citati, pur significativo, è del tutto incompleto e non esaustivo. Molti di loro non hanno mai replicato. Alcuni l’hanno fatto e forse, per contenuto e forma, sono incorsi in una risposta più irrispettosa del silenzio. Uno lo ha ricevuto di persona e disilluso sulle prospettive future, pur riconoscendo la liceità della richiesta e la perizia delle ricerche effettuate (Abete). Il “numero uno” sicuramente Guido Rossi: che non l’ha ricevuto, non gli ha risposto, ma si è velocemente adoperato per modificare la norma oggetto della contesa, per evitare ulteriori “guai” futuri alla FIGC.

- Ho all’attivo 55 anni di volontariato puro. Dico “puro” perché non ho mai chiesto nemmeno i rimborsi per i dirigenti sportivi. Anche quando mi spostavo, anche quando sono andato a Roma, ho sempre pagato di tasca mia, e non ho mai chiesto niente - confessa con grande dignità Umberto Pecchio all’inizio del nostro incontro.

- Signor Pecchio, tutto nasce il giorno 01/07/2005, quando la Federcalcio emette un comunicato nel quale si prospettano aumenti per i tesseramenti dei “giovani”, ovvero le categorie di calciatori con età compresa tra gli 8 ed i 16 anni, mediamente dell’80%. E’ lì che inizia la sua battaglia, giusto?

- Uscì un articolo sul quotidiano sportivo QS di Jacobelli, e lì, osservando gli aumenti, capii che qualcosa non tornava. Quando un dirigente di una società sportiva andava a rinnovare i cartellini dei giocatori, il 1° luglio di ogni anno, paga quello che c’è da pagare. Nessuno si era mai preso la briga di scomporre il totale e di vedere quali voci concorrevano alla sua composizione. Fu così che mi resi conto che dentro il costo del cartellino c’era anche l’assicurazione, che una precisa norma del NOIF, l’articolo 45 al comma 2, disponeva fosse a carico della Federazione. Invece la pagavamo noi delle società con i cartellini. C’era l’estate di mezzo, le ferie, così aspettai settembre a scrivere. Anche perché nel frattempo Maroni si vide con Carraro. Il quale promise di fare qualcosa, ed invece non successe nulla. Il titolo dell’articolo di QS era “Maroni stanga Carraro”: balla! Carraro promise di adoperarsi, ed invece non mosse mai un dito.

- Così Lei nel settembre 2005 comincia la sua attività amanuense per convincere le istituzioni ad adempiere il loro dovere, ed informare le società, soprattutto quelle dilettantistiche, di un diritto che ignoravano e al quale senza saperlo stavano rinunciando per consuetudine già da alcuni anni.

- Prima di scrivere ho cercato di contattare Marantelli, che come politico si era impegnato nell’incontro insieme a Maroni con Carraro. Poi Carlo Tavecchio, già allora presidente della Lega Dilettanti ed anche mio carissimo amico. Nessuno che si sia attivato. Così ho cominciato a scrivere ai vertici, fino alla Federcalcio. In particolare inviai tre raccomandate ad Agnolin, che come presidente nazionale SGS (Settore Giovanile Scolastico) avrebbe dovuto essere il primo con a cuore questi problemi. Avevo già fatto alcuni tentativi telefonici, ed in uno di quelli la sua segreteria mi rispose che la procedura non era più valida in base ad una legge contenuta nella Finanziaria del 2003. Io chiesi di farmi inviare quella legge, ma nessuno me la inviò. Alla fine un mio amico mi aiutò trovando la suddetta su internet: ma nulla di quanto c’era scritto implicava accenni al comma 2 dell’articolo 45 del NOIF, né naturalmente metteva una pezza al dovere non adempiuto in passato dalla FIGC. Dopo le tre raccomandate mi inviò invece una lettera la sua segretaria, nella quale si diceva che non potevano aiutarmi in quanto avevano modificato la norma, e si sanciva che da quel momento in poi il costo dell’assicurazione passava sotto la responsabilità delle società. Ma la norma entra in vigore solo dopo il comunicato, e questo non avvenne prima dell’estate del 2006.

- A quanto ammonterebbe la cifra?

- Calcolando il numero di tesserati di quegli anni, e moltiplicando il valore annuo dell’assicurazione per ogni singolo tesserato, alla fine arriviamo sui 30 miliardi di vecchie lire. Ad Agnolin ho scritto altre 5 volte, ma non ho mai avuto risposta. L’unico che mi ha risposto e convocato a Roma, dopo 6 anni, è stato Abete.

- Mi perdoni ma vorrei cercare di ricostruire passo dopo passo. Agnolin si defila, i politici non ottengono nulla e Carraro non muove un dito. A questo punto lei si rivolge alla Corte Federale nella primavera 2006, sbaglio?

- Le ho provate tutte in questi anni, sia in alto sia in basso. Ho scritto all’Ufficio Indagini al dott. Borrelli ed alla Procura Federale, ho tentato di coinvolgere, mandando personalmente lettere a molti di loro confidando poi nel passaparola, le 1.050 società lombarde. Alla Corte Federale mi sono rivolto nel maggio 2006 e mi hanno risposto in 30 giorni, dicendomi che non erano competenti.

- Le dico la verità, da tifoso juventino che suo malgrado si è interessato alle vicende della giustizia sportiva in questi anni: questa della non competenza l’ho già sentita da qualche parte…

- E non è stata l’unica risposta in questo senso, perché il Segretario Federale Antonio di Sebastiano, nel novembre del 2006 mi inviò una lettera nella quale in sostanza altro non si faceva se non cercare di eludere il problema.

- Intanto scoppia il caso Moggi, Carraro si dimette e arriva Guido Rossi. Il quale non la riceve, non le risponde, ma mette al riparo da future richieste di risarcimento la FIGC modificando il famigerato articolo 45 il giorno 27/07/2006.

- Ma questo vale per il futuro. Dal 1997 al 2006 hanno comunque pagato le società, mentre spettava alla Federcalcio. E’ che non hanno i soldi e non saprebbero come affrontare finanziariamente la cosa, come mi ha fatto capire il dottor Abete quando ci siamo incontrati.

- Adesso arriviamo ad Abete. Qualche altro intermezzo?

- Nel 2007 andai a Ponte Lambro direttamente da Tavecchio. Nel 2008 ho inviato la lettera alla Procura Federale e ho scritto una lettera aperta per tutte le società sportive, mettendo anche in risalto che non avevo ricevuto appoggio. Senza contare il numero di volte che ho chiesto aiuto alla Regione Lombardia o al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega allo sport. Ogni volta che chiamavo era un fastidioso girotondo di scarico delle responsabilità. Uno diceva che doveva occuparsene un altro, l’altro un altro ancora, poi si ritornava da capo. A Roma sono andato anche all'Ufficio dello Sport, ma non mi hanno ricevuto, anche se forse il dottor Crimi e la dottoressa Beatrice avrebbero potuto…

- Vogliamo parlare finalmente di Abete?

- Il 9 febbraio 2010 mi fece avvisare dalla segretaria che predisponeva un incontro. Alla fine in effetti ci vedemmo il giorno 11 marzo 2011, praticamente un anno dopo che la sua segretaria mi aveva contattato. Fu molto gentile, è una persona molto intelligente, e un politico abile. Mi disse che dovrebbero essere tutti come me, ma che la FIGC non sapeva come far fronte alla richiesta, e poi probabilmente ormai stava per intervenire la prescrizione. Ma io non credo che questo possa essere vero, ho scritto quattro o cinque lettere all’anno, e questo interrompe la prescrizione. Però è anche vero che io non volevo mettere in difficoltà le società, e così scrivevo semplicemente come Umberto Pecchio (ma la risposta della Procura Federale del 2008 è indirizzata ad Umberto Pecchio dirigente della società calcistica Aquilotti Celeres di Pavia, ndr).

- Abete però è un signore che ha dichiarato testualmente che “l’etica non va in prescrizione”…

- Il mio rapporto con Abete è particolare, e gli sono grato per avermi almeno ricevuto. Glielo scrissi nelle lettere precedenti al nostro incontro: è vergognoso che un uomo di 74 anni con 55 anni di volontariato nelle società dilettantistiche abbia come riscontro alla sua battaglia solo ed esclusivamente indifferenza. E comunque io dal Televideo mi sono trascritto tutte le sue dichiarazioni che stonavano con il mancato aiuto nei confronti miei e dei giovani, da quando disse che “non ci può essere sport senza etica” a quando sostenne che voleva essere “il presidente di tutti”. Glielo dissi: lei lo dice, ma così non lo sta facendo.

- Adesso si aspetta ancora qualcosa o si è arreso?

- No, non mi aspetto più niente, però arrendermi mai. Sto ancora scrivendo, ma probabilmente sarà l’ultima lettera. Lo sa cosa mi fece capire il dottor Abete durante il nostro incontro? Che se avessi fatto denuncia avrei sicuramente vinto. Immagino che probabilmente avrebbero dovuto mettersi insieme una ventina di società, contribuendo ciascuna in parte per potersi pagare un avvocato a Roma per denunciare la FIGC. Io però non volevo adire le vie legali. Dopo tutta una vita passata come volontario, muovendomi anche nella FIGC-Lnd, volevo fidarmi delle istituzioni, della Federcalcio. Ed ho sbagliato!

- Esattamente cosa le sarebbe piaciuto che avessero fatto in questi anni?

- Mah, almeno che ci venissero incontro, di essere ascoltato. Si poteva trovare una soluzione di compromesso, magari uno sconto per qualche anno all’atto delle iscrizioni delle squadre ai campionati. Le società avrebbero risparmiato qualcosa, e la FIGC se la sarebbe cavata con meno di quello che in realtà avrebbe dovuto.

- E’ stato molto chiaro ed io la ringrazio per come si è aperto. Mi tolga però un’ultima curiosità: lei che spiegazione si è dato del mancato appoggio da parte delle società dilettantistiche, comprese quelle pavesi in cui è stato dirigente?

- Probabilmente la paura di eventuali ritorsioni. La Federazione è molto forte, lo sanno tutti, ed ha il coltello dalla parte del manico.

La storia di Umberto Pecchio è reale, comprovata, limpida e solare. In questi anni successivi alla scoppio di Farsopoli, nel tentativo di fornire una corretta informazione, la redazione di GiulemanidallaJuve, nell’analizzare i tanti eventi che hanno caratterizzato la farsa, si è sovente scontrata con la faccia più deprimente dell’esercizio delle autorità: sfacciataggine, arroganza, fuga dalle decisioni, indifferenza, posizioni prone al potere, e forse anche casi di abuso di potere e palese violazione o mancata applicazione delle norme in vigore.
Non è difficile riscontrare nell’epopea di Umberto Pecchio tutte queste situazioni. E non parliamo questa volta di un contesto dove essere tifoso di una grande squadra possa determinare faziosità nelle decisioni, come avvenne per il campionato 1926-27, quando a seguito della revoca dello scudetto al Torino l’allora presidente della FIGC Leandro Arpinati poteva assegnare il titolo al secondo classificato, il Bologna, ma decise invece di lasciare il titolo vacante, per timore di essere di parte in quanto lui bolognese. O quando invece nel 2006, con tutt’altra classe, Guido Rossi, ex membro del cda della seconda squadra di Milano, assunse posizione inversa in virtù della revoca del titolo alla Juventus. Né parliamo di richieste di risarcimento di centinaia di milioni come quella avanzata recentemente dal presidente della Juventus Andrea Agnelli. Parliamo di “soli” 15 milioni di euro, e di un mancato aiuto economico da parte della federazione, inequivocabilmente sancito dal regolamento, ai giovani che dovrebbero essere il futuro del paese. Nonché parliamo di un danno economico che, è facilmente intuibile, non avrà forse avuto ripercussioni nei confronti delle grandi società, ma certamente ne ha avute relativamente alle piccole realtà dilettantistiche.
Gli atteggiamenti assunti in questa vicenda dalla FIGC, cambiato lo scenario, restano gli stessi. Deresponsabilizzazione, assunzione di posizioni di non competenza, modifiche dei regolamenti, presumibile mancato esercizio delle proprie competenze e dei propri doveri.
La storia di Umberto Pecchio è particolarmente romantica per la totale assenza di eventuale tornaconto personale da parte dell’ex dirigente degli Aquilotti Celeres di Pavia e della Polisportiva Sant’Alessio. E per la scelta da lui effettuata: quella di non combattere con le carte bollate, ma nella ostinata ricerca di un confronto con le istituzioni, basato su una fiducia ad oltranza nei confronti delle persone.
Un’ultima domanda rende perfettamente l’idea della persona che ho davanti, quando gli chiedo, alla fine di questa dolorosa avventura, cosa lo ha ferito di più.

- Il silenzio degli amici, specie di quelli su cui pensavo di poter contare; delle istituzioni della Regione Lombardia. E soprattutto il silenzio di Carlo Tavecchio, un amico a me molto caro. Comunque ci tengo a sottolineare che io non serbo rancore verso nessuno.

Umberto Pecchio continua a chiedere ciò che è giusto, nulla di più. Non diventerà ricco, né lo diverrebbero le società se dovesse mai vincere questa sua annosa battaglia. Nelle due ore in cui ho avuto il piacere di ammirare la sua forza d’animo, il suo spirito fiero, ed il suo incredibile sorriso, di quelli che possono mostrare solo i puri di cuore, e nelle quali abbiamo parlato di calcio, di vita, di giovani santi e beati, l’unico fortunato che almeno nello spirito si è potuto arricchire è certamente stato il sottoscritto.

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