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Il Fatto di S. BIANCHI del 24/07/2016 10:58:18
Lo stile Juve e il Barone Mazzonis

 

Accontento Palmiro, che con il suo eloquente «Beh, mo’ racconti» del 6 luglio, mi ha spinto a scrivere queste righe.

Giovanni Mazzonis di Palafrera (1888 - 1969), barone per nascita, è stato uno dei pionieri bianconeri: attaccante nelle file della squadra riserve nel 1908, dall’anno successivo passa alla squadra dei titolari che disputa il Campionato di Prima Categoria, con cui disputerà dieci gare ufficiali in quattro stagioni, senza segnare alcuna rete. Mazzonis, però, non è passato alla storia bianconera per quanto mostrato sul campo, ma per come si è adoperato, prima accanto ad Edoardo Agnelli e poi dopo la sua morte, per far diventare grande la nostra Juventus.

Mazzonis è la dimostrazione del fatto che non solo i campionissimi hanno fatto grande la Juventus, ma il merito della nostra grande storia e dell’immagine che abbiamo nel mondo, va in qualche modo ripartito anche con i grandi dirigenti, con la loro sapienza calcistica, la dedizione, l’intelligenza, la saggezza, il coraggio, la misura e il sacrificio personale. La nascita di questo inimitabile mito nella storia del calcio, il copyright dello “stile juve”, per molti versi appartiene al Barone Mazzonis: sempre sottotraccia, schivando abilmente i giornalisti e le cronache, divenendo presidente bianconero quasi per sbaglio per poi, dopo una breve presidenza tornare a lavorare nell’ombra per la grandezza della Juventus.

Primo di tre fratelli, abitava con la famiglia in Corso Vittorio Emanuele, angolo via Parini, meno di cento metri dal mitico Liceo D’Azeglio. Giovanni fu uno di quelli “della panchina”, di quelli che ammonticchiavano libri e vestiti a fare i pali delle porte in Piazza d’Armi, per poi dare il via a interminabili partite di pallone. I Mazzonis erano imprenditori, con tre grosse imprese tessili. Quando, il 24 luglio 1923, Agnelli e l’Avvocato Olivetti furono acclamati Presidente e Presidente Onorario della Juventus, al Vicepresidente eletto Enrico Craveri, poco dopo Agnelli affiancò Mazzonis. I vecchi Juventini parlano di lui come di un uomo molto rigido verso se stesso, che di conseguenza poteva esserlo anche nei riguardi degli altri. Era un Signore con l’esse maiuscola, educato e cordiale ma fermo. Abile nello scegliere calciatori bravi, utili alla causa ma al contempo signorili e posati come potevano esserlo giovani uomini ventenni, non lesinava metodi un tantino polizieschi per convincere i più “vivaci” al rispetto di orari e abitudini da atleta. Mazzonis per Agnelli fu risolutivo, permettendogli di dedicarsi alla Fiat e mantenendo nella Juventus anche lo stile di vita e la saldezza morale sabauda, industriale e personale.

Sentite come Caminiti racconti dell’inflessibilità del personaggio. Nella stagione 1932/33, dopo una vittoria importante, Edardo Agnelli, con Mazzonis lontano da Torino per lavoro, improvvisò un premio di duemila lire per i giocatori, e … “che la cosa restasse tra loro”. Il campionato terminò senza che nessuno avesse più parlato del premio personale del Presidente, ma al momento della celebrazione della vittoria in campionato (il terzo della prima cinquina), al momento della consegna del premio di diecimila lire pattuito per la vittoria del torneo, i giocatori si videro corrispondere ottomila lire: il Barone disse loro che “quelle duemila lire di Edoardo” erano da considerarsi un anticipo. In separata sede poi, sono certo che il ferreo Barone abbia ben ripreso il presidente a non ripetere simili atti (diseducativi) di liberalità.

Dopo la tragica scomparsa di Edoardo, il Barone divenne Presidente di quella Juventus che entrambi avevano fatto diventare grande con la vittoria del secondo scudetto e con la prima “cinquina”. Di quella Juventus la cui proprietà era divisa in sedicesimi (tre della famiglia Agnelli, due di Mazzonis e uno ciascuno di Ajmone, Bona, Gualco, i due fratelli Levi, Monateri, Vaciago etc), Mazzonis divenne il logico presidente, continuando a condurre personalmente quella campagna acquisti che eccezionalmente aveva presentato defaillances, viste le caratteristiche di raffinato intenditore di calcio, ma anche le relazioni, l’astuzia e il tempismo.

Questo primo connubio tra un grande imprenditore e una società sportiva, che continuerà dopo Edoardo con due dei suoi sette figli e col nipote Andrea, in Italia è il primo esempio di squadra gestita in modo professionistico. Lo stile manifesta grande sportività anche nelle rare sconfitte, la gestione manageriale porta vittorie a ripetizione e determina uno straordinario apporto alla Nazionale (nove juventini in campo per la finale con l’Ungheria nella Coppa del Mondo del 1934) e fa nascere un’ammirazione e un tifo trasversale che si estende ben oltre i confini cittadini e regionali, a divenire addirittura nazionale. E’ il periodo in cui nascono contemporaneamente lo “stile Juve” e la Juventus “Fidanzata d’Italia”, fenomeni favoriti anche dallo spirito di rivalsa nelle città provinciali nei confronti dei capoluoghi di regione e delle loro squadre (Milano, Firenze, Bologna, Roma): il disappunto verso lo strapotere centralistico e sportivo di queste grandi città è manifestato anche mediante il tifo per quella squadra che pare essere una specie di Nazionale dell’Italia tutta. Un altro motivo, ben più politico, spingeva ad ammirare e a tifare Juventus: il barone Mazzonis, unico Presidente di una squadra di calcio italiana, si era sempre opposto a far portare la “cimice”, il distintivo fascista, sulle giacche della divisa. La Juventus oltre a far innamorare gli appassionati di calcio ovunque e trasversalmente per la sportività e la correttezza nel comportamento, attirava simpatia anche per la semplicità e l’aplomb, la serietà “sabauda”, la sobrietà, l’impegno sociale che la Famiglia Agnelli incarnava. Ma il Regime e il Federale di Torino volevano un Presidente bianconero allineato. Con Mazzonis era impossibile: per non creare difficoltà alla Famiglia Agnelli, preferì dimettersi dalla carica … non dalle funzioni. Al suo posto, di facciata, Emilio de la Forest de Divonne.

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