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Eventi di S. BIANCHI del 16/10/2016 16:35:06
La Juve dei “Puppanti”

 

La Juventus che Gianni Agnelli aveva riportato alla vittoria degli scudetti del 1950 e 1952, nella stagione 1953/54 sostituisce in panchina il permissivo Sarosi con Olivieri: la squadra conferma il secondo posto della stagione precedente, ma questo improvviso anelito di disciplina porta alle cessioni di Mari e Piccinini e ad acquisti che complessivamente indeboliscono la squadra. La partenza più grave, però, a stagione 1954/55 in corso, è quella del presidente Agnelli, necessario a tempo pieno in FIAT, con la dirigenza della squadra che è affidata al triumvirato Craveri - Cravetto - Giustiniani. L’insoddisfacente settimo posto finale, una visione dirigenziale semplicistica e certamente più autarchica, suggerisce un nuovo cambio di allenatore.

La stagione 1955/56 vede quindi in panchina Sandro Puppo. Quest’allenatore zonaiolo ante litteram, deve la sua chiamata a Torino, sia per il cachet minore rispetto ad allenatori di grido, sia per i discreti risultati ottenuti in precedenza, come la qualificazione della Nazionale Turca ai Mondiali del 1954, due campionati turchi vinti col Besiktas, il secondo posto del Barcellona nella Liga, dietro ai Blancos. Non era un buon momento per accettare quella panchina: c’era una squadra da rifondare, visto l’inspiegabile smembramento cui era stata sottoposta. Oltre ai pochi anziani rimasti (Boniperti, Viola e Nay, che aveva sostituito Ferrario), egli aveva a disposizione un certo numero di baldi giovani, anche abbastanza validi, seppur non ancora idonei agli standard bianconeri, presto ribattezzati “i Puppanti”. Alcuni di loro diverranno poi ottimi giocatori, e sono Colombo, Corradi, Garzena, Emoli Montico, Stacchini; due di loro si sono distinti fuori dal campo di gioco, Angelo Caroli, noto giornalista e scrittore, e Piero Aggradi, quel validissimo dirigente sportivo che, quando era al Padova, ebbe il merito di favorire Boniperti nell’acquisto di Del Piero.

Ai “Puppanti”, la triade dirigenziale affianca l’argentino Vairo e il brasiliano Colella, due acquisti poco indovinati. Juan Vairo è una mezzala, presa dal Boca Juniors nella speranza di rinverdire i fasti degli Hansen. Purtroppo non si dimostra minimamente all’altezza: stenta ad ambientarsi e all’arrivo dell’autunno, con i campi pesanti, va ancora più in difficoltà, tanto che a primavera risolve consensualmente il contratto, con sole undici gare e tre reti segnate. Colella, invece, acquistato dal Corinthians per risolvere il problema del centravanti, vista la progressiva evoluzione di Boniperti verso il ruolo di mezzala di regia, dopo un inizio entusiasmante ha un calo vistoso, forse favorito dalla disabitudine al gioco atletico: col riciclaggio in posizione di ala destra arriva a sette reti in ventuno incontri, insufficienti per la conferma nell’anno successivo. Così mentre la Fiorentina vola a vincere lo scudetto, la Juve 1955/56 totalizza venti punti in meno, classificandosi nona. La stagione è riassunta in questo inusitato ma spietato dato statistico: la squadra ha subito più reti di quante non abbia segnato. Nel frattempo avviene qualcosa. Il vuoto di risultati è stato da tutti, rapidamente, collegato con l’assenza di un Agnelli al timone della squadra, e la speranza di rinascita è presto riposta nel “terzo Agnelli”, il giovanissimo Umberto. Il quale, prima del termine della stagione, con i buoni uffici degli alti gradi del “Nizza Cavalleria” in cui sta prestando il servizio militare, l’8 novembre diviene “Reggente” bianconero. Umberto diventerà presidente a tutti gli effetti solo nella stagione seguente, terminato il servizio militare, ma nel frattempo la sua intelligenza gli fa scegliere dirigenti capaci come Vittorio Cavalli d’Olivola, Riccardo Cerruti, Remo Giordanetti, Walter Mandelli, e con loro prepara un altro magico periodo bianconero.

Nella stagione 1956/57, nonostante una discreta rosa, la Juventus si classifica al nono posto. La formazione più utilizzata è quella che vede Viola, Corradi, Garzena; Emoli, Nay, Montico; Hamrin, Boniperti, Antoniotti, Conti e Stivanello, con Puppo che ha a disposizione anche Vavassori, Colombo, Oppezzo e Stacchini. La causa di quest’altro insoddisfacente piazzamento, nonostante una squadra discreta, almeno sulla carta, oltre all’incompleta maturazione calcistica dei “Puppanti”, è certamente dovuta al fatto che Hamrin non si è ancora ambientato, che Boniperti è alle prese con fastidiosi problemi muscolari, e che Antoniotti fa peggio del suo predecessore Colella. Anche se stavolta i gol incassati sono pareggiati da quelli fatti, a un certo punto la retrocessione pare inevitabile: dal Cenisia è allora richiamato “un uomo per tutte le stagioni”, l’inossidabile Baldo Depetrini, che si carica sulle spalle la sua Juve e conferma la squadra al nono posto. Il campionato in corso, però, di là del pessimo risultato finale contiene il secondo germe della rinascita: giusto prima della conclusione del torneo, Umberto ha stipulato un’assicurazione sulla resurrezione bianconera acquistando Charles e Sivori. Il seguito non occorre che ve lo racconti.

Perché vi ho parlato di questa Juventus di transizione tra i fasti d’inizio anni ’50, opera dell’Avvocato e lo splendore di fine anni ’50, opera del futuro Dottore? Perché, a mio modo di vedere è giusto conoscere anche i “bassi” della storia, è importante sapere che c’è stata una “triade povera” precedente quella indimenticabile costituita da Moggi, Giraudo e Bettega, ma soprattutto perché, giusto trent’anni orsono, il 16 ottobre, mancava nella sua Piacenza Sandro Puppo, l’incolpevole traghettatore di una Juventus che in un abbastanza inspiegabile motu proprio, ha in breve snaturato una squadra vincente fino a farle rischiare la retrocessione.

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