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Eventi di S. BIANCHI del 07/08/2017 08:53:23
Roberto Tavola fa sessanta!

 

Roberto Tavola è nato in Lombardia il 7 agosto 1957: si mette in luce nell’Atalanta, con cui esordisce in Serie A, per poi prendere, come molti altri, la strada per Torino. Per lui, però, questa strada è più contorta, tant’è vero che dopo la prima stagione bianconera (1979/80), in cui Trapattoni lo converte da discreto mediano mancino a terzino sinistro, e durante la quale colleziona quattordici presenze e due reti, va al Cagliari in prestito annuale. Tornato bianconero, con sole tre presenze stagionali, con cui contribuisce allo Scudetto numero venti, è nuovamente mandato in prestito, stavolta alla Lazio. Come nella parentesi cagliaritana, si fa onore e torna a Torino l’anno seguente. Anche stavolta non sfonda, anzi, più che una riserva nel ruolo, dov’è chiuso da campioni inossidabili, continua a essere utilizzato dal Trap, assieme a Prandelli, come cambio tattico, a copertura della rete di vantaggio che la Juventus del periodo riusciva spesso a guadagnare.

Con due sole gare di campionato e qualche apparizione in Coppa delle Coppe, tra l’altro con un gol favoloso al Lechia Danzica nei sedicesimi, anche stavolta può fregiarsi di trofei: il ventunesimo Scudetto e la Coppa delle Coppe 1984. Vale la pena di parlarne, di quella partita col Lechia, un po’ lo specchio del Tavola bianconero. La Juventus che a Torino ha asfaltato i polacchi sette a zero, va a Danzica con qualche riserva in più. Subito in vantaggio per la rete di Vignola, subisce il rocambolesco pareggio dei verdi. Non bastasse, proprio a Tavola è fischiato il fallo da rigore che determina il vantaggio del Lechia. Al settantasettesimo Roberto mette le cose in pari con la fortuna: dopo una respinta di testa su traversone di Caricola, con un gran tiro a volo, dal limite sinistro dell’area, insacca all’incrocio dei pali opposto. Un gol che, anni dopo, il buon Altafini avrebbe accompagnato con le parole «Incredibile, amici! Che golasso!». E non lo dico io: il giorno dopo, infatti, la rete di Tavola è premiata con l’Eurogol, il riconoscimento attribuito alla rete più bella realizzata nel mercoledì delle Coppe Europee, «Una soddisfazione enorme e indimenticabile per chi, come il sottoscritto, ha certamente raccolto meno del dovuto». Pur di giocare, prima si accontenta del trasferimento all’Avellino, ancora in serie A, poi di scendere in Serie C1 per quattro anni (Reggina, Spal, Catanzaro, Ischia) per poi chiudere la carriera tra i dilettanti nel 1990.

Sono molteplici le cause che non hanno fatto emergere Tavola. Aveva iniziato bene: dovendo sostituite quel mostro sacro di Benetti, gli fu subito assegnata la maglia numero dieci. Una maglia pesantissima, presto restituita quando fu relegato in panchina. Nonostante la sua dedizione e un gran tiro di sinistro (il piede destro «mi serviva solo per correre»), il carattere non proprio da combattente, oltre a non fargli mantenere il posto da titolare, non gli ha permesso di lottare per uscire dal gruppo delle seconde scelte. Essere chiuso da campioni inossidabili non contribuì alle sue fortune, così come «non essendo grintoso e neppure cattivo» anche se «cercavo di non mollare mai l’avversario di turno» lo fece mai salire nelle gerarchie di squadra. Purtroppo, «nella vita, come nel calcio, sono sempre stato incapace di mordere: quando, a soli ventidue anni, arrivai a Torino con ottime prospettive, non mi resi conto di essere in grado di confrontarmi con i vari Cabrini, Gentile, Tardelli, Cuccureddu, Causio e Bettega. Avrei dovuto essere più sfacciato. Invece mi rassegnai, non so perché, alla parte del rincalzo. Il carattere non è mai stato il mio punto di forza». Il servizio militare e la rottura del menisco contribuiscono alla sua messa ai margini. Così, dall’esordio in campionato del 16 settembre 1979 (Juve-Bologna 1 a 1), dopo diciannove gare di campionato (e due reti), cinque gare di Coppa Italia, una di Coppa dei Campioni e sei di Coppa delle Coppe (con la rete descritta), la gara di campionato del 25 marzo 1984 (Juventus-Catania 2 a 0) chiude le tre stagioni bianconere di Roberto Tavola.

Tavola, rimasto a Torino «per colpa di una vecchia fidanzata», tifa ancora Juventus e quando può, la va a vedere, se non è impegnato con la squadra di allievi che allena nella cintura torinese, visto il patentino di allenatore che ha ottenuto. Gioca a calcio con chi gli capita. «Gli amici? Pochi ma buoni, anche se sono davvero poche le occasioni per incontrare i vari Prandelli, Marocchino e Fanna». Dopo investimenti sbagliati nel campo dell’abbigliamento, per vivere «Gestisco per conto di un’azienda milanese le edicole di alcuni grandi supermercati della città. Sveglia alle cinque, ma poi ho quasi tutto il pomeriggio per me». Ma «non posso lamentarmi di questo, visto che qualche soldo l’ho guadagnato. Di certo però i tredici anni di professionismo non mi hanno reso ricco: allora guadagnavo circa il triplo di un impiegato di buon livello, mentre ora i miei colleghi incassano come ridere cifre anche di cinquanta volte superiori».

In questi giorni in cui fa molto pensare il passaggio di Neymar al PSG per la cifra astronomica di 222 milioni di euro, senza parlare dei benefits accessori, amo fare gli auguri a quest’uomo calcisticamente meno fortunato, Roberto Tavola, appunto. Molti campioni han dovuto accontentarsi, dopo i fasti della vita calcistica, a un fine vita autodistruttivo (penso su tutti a George Best o a Garrincha), molti hanno scioccamente sperperato i propri guadagni, moltissimi altri, per fortuna, hanno voluto e potuto accontentarsi di una vita “normale”, magari, come nel nostro caso, forzati a ciò da investimenti poco indovinati. Auguroni Roberto! Che si possa sentir parlare nuovamente di te come allenatore!

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