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Editoriale di S. BIANCHI del 27/03/2018 08:25:33
27 marzo, trentacinque anni fa

 

Erano le stagioni del dualismo Juventus - Roma, di Trapattoni contro Liedholm, “der gó de Turone”, dei righelli inviati da Boniperti e degli stessi restituiti al mittente da Viola, accompagnati dal biglietto ”Un righello è per geometri, io sono ingegnere. Serve più a lei che a me”. Di quel periodo, peraltro molto favorevole ai nostri colori, a trentacinque anni di distanza, voglio ricordare un episodio, anche se lo faccio ancora con un certo disappunto.

Il 27 marzo 1983, venticinquesima giornata di campionato, eravamo all’inseguimento della Roma che ci sopravanzava di tre lunghezze: noi eravamo di scena in casa del Toro, una squadra che mai come quell’anno appariva facilmente abbordabile, mentre i romani, fuori casa con la Fiorentina, rischiavano molto di più. Dalle previsioni ai fatti, talvolta la differenza è tangibile: quasi nulla, quella domenica, andò come sarebbe stato lecito prevedere, viste le forze in campo. Infatti, mentre la Roma, pareggiando uno a uno, conquistava un punto nella difficile trasferta di Firenze, noi, in vantaggio due a zero a venti dalla fine….

Un passo indietro. Il Trap aveva schierato la sua corazzata in formazione tipo, con Zoff, Gentile, Cabrini; Bonini, Brio, Scirea; Bettega, Tardelli, Rossi, Platini e Boniek, mentre Bersellini aveva schierato il suo Torino dei giovani, guidato da un paio di uomini d’esperienza. La partita comincia come tutti si aspettano: la Juve a fare gioco e Torino intimidito. Già al quindicesimo è vantaggio bianconero: taglio di Platini per Boniek che dalla linea di fondo crossa rasoterra e debolmente, Van de Korput pasticcia e sull’improponibile passaggio a Terraneo s’inserisce l’immancabile Paolino Rossi che batte Terraneo con un tiro chirurgico. La Juventus addormenta il gioco pur non disdegnando fulminanti contropiedi, come quando Platini lancia Boniek solo soletto nella metà campo avversaria: è solo una tempestiva uscita di piede di Terraneo alla sua tre quarti a evitare il pericolo.

Il secondo tempo inizia com’è finito il primo, fino al sessantacinquesimo. Bettega lancia per Boniek sulla fascia sinistra, che supera Danova mentre converge al vertice sinistro dell’area, e, sul tentativo di rientrare sul destro, è falciato da Zaccarelli. Rigore netto assegnato dall’arbitro Rosario Lo Bello. Platini, sul dischetto batte uno dei suoi peggiori rigori in carriera, lento, basso e centrale, tant’è che Terraneo lo respinge, per fortuna in direzione del francese che ribatte in rete. Fino al settantesimo le cose andavano bene, stavamo rosicchiando un punto alla Roma, sull’uno a uno con la Fiorentina… finché Galbiati riusciva nell’impresa di togliere il pallone a Scirea, discendere sulla fascia e centrare per Dossena: colpo di testa e gol. Nella bolgia di colori e urla granata, che parevano improvvisamente risorti, tra noi si diceva “abbastanza episodico”, oppure “sì, il gol della bandiera”, o anche “lasciamoli fare, tanto dove vanno”. Dove vanno? Quel gol casuale risvegliò il cosiddetto vecchio cuore granata. Nemmeno un minuto, e il solito Dossena smistava a Beruatto, cross in area e Bonesso, di testa, anticipava Brio e batteva Zoff per la seconda volta. Due a due. Juventus non reagiva (“Ci guardavamo in faccia”, disse Brio nel dopo partita) e Torrisi, al settantaquattresimo, batteva Zoff per la terza volta con una mezza rovesciata da centro area. Tre gol in quattro minuti scarsi: mai vista una cosa simile. Dino Zoff, intervistato vent’anni dopo, dice: “La sconfitta più bruciante è stata il derby del 27 marzo 1983”. Sono d’accordo con lui. Non ci rimasi così male nemmeno per quel due a tre subito in casa dal Manchester United il 21 aprile del 1999, quando Inzaghi ci aveva portato sul due a zero in dieci minuti. Un black-out, quello col Toro, il peggiore della storia bianconera: dalla delusione, per ritornare a vedere un derby a Torino, ho aspettato che costruissero il Delle Alpi. (LINK)

Insomma, in nemmeno quattro minuti di calcio giocato, addio sogno rimonta per lo scudetto (la Roma, nel frattempo aveva impattato due a due a Firenze). La luce si era spenta improvvisamente, come disse Gentile nel dopogara, con un Platini che usciva dal campo così mogio come mai lo avevo visto, forse sentendo a livello personale la colpa di non essere riuscito a portare la squadra a una vittoria che ormai sembrava certa, con Zoff e Bettega forse già consci di aver perso l’ultimo derby della loro carriera, Dino per la decisione di smettere con il calcio giocato, Penna Bianca forse col Toronto Blizzard già in testa.

La luce poi si riaccese. Ma servì solo per vincere la Coppa Italia sul Verona: in campionato fu secondo posto a quattro punti dalla Roma, mentre in finale di Coppa dei Campioni, proseguendo nella sequenza di sconfitte inopinate, rendemmo famoso come icona antijuventina un centrocampista tedesco, appena discreto, dal nome di Felix Magath.

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