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Editoriale di S. BIANCHI del 14/07/2018 16:05:55
14.7.48:

 

La “Fidanzata d’Italia”, la nostra Juventus, non faceva colpo e proseliti solo tra i comuni cittadini, ma ha spesso avuto accaniti sostenitori anche tra le fila del Partito Comunista, una cosa a prima vista inspiegabile per una squadra che, essendo di proprietà della Famiglia Agnelli, più di ogni altra poteva portare su di sé l’etichetta di “squadra dei padroni”. Fatto sta che per la Juventus tifava, anche in maniera piuttosto accesa, un certo Palmiro Togliatti, segretario del PCI, il quale è stato spesso fotografato al Comunale di Torino accanto a Gianni Agnelli.

Il segretario del PCI, nato quattro anni prima della Juventus, per il suo essere stato piemontese di famiglia ed educazione se non per nascita, rimase affascinato dal gioco, l’organizzazione, lo “stile Juventus” e, perché no, dal quinquennio d’oro dei vari Combi, Rosetta, Monti, Cesarini, Ferrari, Orsi.

Due sono gli aneddoti che riguardano Togliatti. Il primo era una specie di tormentone che egli era solito riservare a Pietro Secchia. Costui era certamente il più filosovietico dei dirigenti del partito, ed era così al di fuori delle cose calcistiche, che tutte le volte cadeva a capofitto nel giochino del suo segretario. Alla domanda, rivoltagli di punto in bianco: «Cos’ha fatto ieri la Juventus?», Secchia, che come il solito nulla sapeva dei risultati di calcio, rispondeva con uno sguardo al contempo rispettoso e interrogativo. Per tutta risposta, Togliatti se ne usciva nell’usuale: «E tu, pretendi di fare la rivoluzione, senza sapere i risultati della Juventus?».

Meno giocoso e sintomo evidente dell’amore di Togliatti per la Juve, furono le sue prime parole al risveglio dall’anestesia, per l’intervento chirurgico cui era stato sottoposto dopo l’attentato. La mattina del 14 luglio 1948, Togliatti è appena uscito da Montecitorio, quando Antonio Pallante gli spara contro quattro colpi di pistola calibro 38: uno a vuoto, due di striscio, uno penetra nel polmone. Operato dal famoso chirurgo Valdoni, al risveglio, nel pomeriggio, conscio del rischio di un’insurrezione armata, si raccomanda al solito Secchia di mantenere calmi i militanti, ma forse non ricordando che a luglio non si disputa il campionato, subito dopo, chiede: «Cos’ha fatto la Juventus?». Questo è certamente amore.

Se la passione sportiva di Togliatti era di dominio pubblico, ecco che qualcuno ebbe l’idea di dipingere in bianconero anche un altro grande vecchio del partito, Antonio Gramsci. Nel 1988, “L’Unità”, pubblicò un articolo intitolato “Gramsci tifava per la Juve”, in cui si riportavano alcune lettere apparse su una rivista, in cui Gramsci chiedeva al destinatario Piero Sraffa, un famoso economista, «notizie della nostra Juventus». Quel giorno, il giornale di partito incorse in un falso clamoroso: quelle lettere, in seguito, si dimostrarono false.

Più sfumata la posizione calcistica di Enrico Berlinguer. Berlinguer amava veramente il calcio: gli piaceva giocarlo (e anche bene, a Villa Ada, il sabato mattina), ma anche guardarlo. Lo faceva, liberamente, con suo figlio Marco, oppure con la sua scorta, unanimemente e irrimediabilmente biancoceleste: all’Olimpico era tanta Lazio, ma una volta l’anno, quella volta poteva fare il tifo per la sua squadra, quella di Zoff, Furino, Capello e Cuccureddu. L’informatore non tanto segreto è il signor Vezio Bagazzini, per quarant’anni titolare del bar a porta a porta con le “Botteghe Oscure”, la sede del PCI. Se non lo sa il tuo barista, che ti vede almeno una volta il giorno per anni, chi altri può sapere meglio di lui per quale squadra tifi? Da Berlinguer, però, mai una dichiarazione pubblica del proprio tifo, anzi, se stimolato, si trincerava dietro un improbabile tifo per la Torres, la squadra della sua città d’origine.

Un altro indizio, da un aneddoto personale: nel 1982, facevo parte dello staff sanitario che preparava la Festa Nazionale dell’Unità di Tirrenia. Il giorno prima era deceduto un operaio che preparava le scenografie della festa: Berlinguer arrivò da Roma, andò a visitare la salma all’obitorio, poi venne a vedere lo stato dei lavori in vista della manifestazione. Il sottoscritto stava sistemando le ultime cose nel pronto soccorso della struttura, quando un uomo della scorta ebbe necessità di una terapia iniettiva per un banale malore. In ambulatorio, con lui entrò Berlinguer, e nell’attesa che il bodyguard si riprendesse appieno, iniziammo a parlare. Era stremato dal viaggio, ma nonostante tutto volle sapere brevemente di me e di cosa pensavo del concerto dei Genesis che ci sarebbe stato da lì a pochi giorni. Quando si alzò per uscire e tornare a Roma, mentre ci davamo la mano, gli dissi: «Arrivederci Segretario e… viva la Juventus!». Mi fece uno dei suoi bellissimi sorrisi, mi strinse ancor di più la mano e uscì senza aggiungere altro. Per me era una conferma.

La Juventus, in seguito non è cambiata… il PCI sì. Parlare del tifo bianconero di Veltroni, Fassino, e Bersani porterebbe fuori tema, poiché si parlerebbe di dirigenti dei DS e del PD, anche se Fassino può vantare di aver giocato nelle giovanili bianconere e Bersani, al risveglio dall’ictus cerebrale, la prima cosa che chiese furono notizie sulla Juventus. Come Togliatti.

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