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Eventi di S. BIANCHI del 17/06/2019 07:24:08
Auguri a Michael Laudrup

 

La raccomandazione è di quelle che non si possono trascurare. E’ duplice e viene dalla Danimarca, da John Hansen, alla Juve a cavallo degli anni quaranta e cinquanta, due scudetti di cui uno da capocannoniere e da Mario Astorri, un solo campionato alla Juve poi, a fine carriera allenatore in Danimarca. I due consigliano a Giampiero Boniperti, ex compagno di squadra e amico, un ragazzino biondo di belle speranze. Si chiama Laudrup, è nato il 15 giugno 1964 nella periferia di Copenhagen e suo padre Finn era stato suo tempo una bandiera del calcio danese. Nel 1983, bruciando la concorrenza di Barcellona e Liverpool, Boniperti porta a Torino questo diciannovenne talentuoso. In un periodo in cui la Federazione ammetteva il tesseramento di due soli stranieri, la maglia della Juventus gli era preclusa dai mostri sacri Platini e Boniek e così, con un errore che mortificherà per due anni la sua carriera, è mandato in prestito biennale alla Lazio. Quella squadra non versa in buone condizioni e sono due anni di difensivismo ad oltranza, con ripetuti cambi di allenatore e in cui il talento di “Michelino”, o “Miki”, come lo chiamano quasi tutti, in sostanza è inutile: il suo sopraffino controllo di palla, la sua visione di gioco sono mortificati in una situazione in cui l’uso del randello è più auspicato di quello del fioretto.

A fine prestito, Boniperti gli fa posto in squadra cedendo Boniek alla Roma: finalmente l’enorme talento di Laudrup, finora noto in una ristretta cerchia di esperti, è rivelato al mondo. Laudrup era un tuttocampista “vero”, ben prima che Allegri coniasse il neologismo per giustificarsi nel rovinare la vita calcistica di Dybala: poteva essere regista di centrocampo, ala destra o sinistra, ma era come seconda punta o trequartista che dava il meglio di sé. Le sue caratteristiche erano la progressione fulminea, passaggi illuminanti, al millimetro, tenere il pallone incollato al piede durante micidiali finte di corpo con cui saltava l’uomo con disarmante facilità e un gran tiro con entrambi i piedi. Forse aiutato dalla permanenza nel purgatorio laziale dove certamente è stato costretto ad affinare le sue capacità difensive, recuperava anche palloni con tackles decisi. Quello che faceva impazzire i tifosi era quando scartava l’avversario spostando velocemente la palla da un piede all’altro, sia da fermo sia in corsa e lasciandoselo dietro, indispettito per non aver più “visto” il pallone. Era la “croqueta”, che non è roba fritta da mangiare, ma la finta, resa famosa da Iniesta, che però, probabilmente dovrebbe pagare le royalties al nostro Michele Laudrup, forse il primo a utilizzarla su larga scala.

Detto questo, perché, dopo sole quattro stagioni, dall’1985 al 1989, in cui aveva vinto con la Juventus la Coppa Intercontinentale nel 1985 e lo scudetto 1986, fu ceduto al Barcellona? Platini era solito tranciare giudizi talvolta un po’ corrosivi, sempre alla ricerca della battuta di spirito, ma uno dei motivi della cessione fu perché era «il miglior giocatore del mondo, in allenamento», a evidenziare, certo esagerando, una certa resistenza a caricarsi la squadra sulle spalle nel momento del bisogno, e a essere il “Principe di Danimarca” quando la gara era in discesa. In altre parole, con i numeri per diventare uno dei migliori calciatori di tutti i tempi, forse aveva qualche limite caratteriale. Se questa è la prima concausa della cessione, l’altra era il fine-ciclo della Juventus, sancito dall’abbandono del calcio giocato da parte di Platini e dall’arrivo alla guida della squadra di Marchesi, un allenatore difensivista che non sa che farsene di un giocatore come Laudrup. Quanto invece potesse essere utile il biondino a una squadra di calcio, fu ribadito dal nostro in cinque anni al Barcellona e due anni al Real Madrid, dove il danese ha conquistato cinque volte la Liga, una Coppa e due Supercoppe di Spagna, una Coppa dei Campioni e una Supercoppa UEFA. Non basta: dopo un “anno sabbatico” in Giappone, nel Vissel Kobe, all’Ajax, nell’ultima stagione agonistica, vince campionato e coppa nazionale. Laudrup è la dimostrazione di quanto, talvolta possono essere miopi e ingiustificate certe decisioni prese nel calcio.

Ha difeso i colori della Nazionale ai Mondiali di Messico e Francia e agli Europei 1984, 1988 e 1996, giocando centoquattro volte, segnando trentasette reti, numeri che sarebbero potuto essere incrementati se il CT danese non lo avesse escluso per motivi incomprensibili dai convocati per il campionato europeo di “Svezia 1992”, che la Danimarca conquistò partendo come ripescata. Proprio in Nazionale inizia la carriera di allenatore, come secondo di Morten Olsen, poi, in undici anni di professione al Brondby, Getafe, Spartak Mosca, Mallorca, Al-Rayyan, vince la Coppa di Lega con lo Swansea City e la Qatar Stars League con l’Al-Duhail.

Il suo ricordo mi lascia qualche rimpianto, il pensiero di cosa il danese avrebbe potuto rappresentare nella Juventus del “dopo Platini-Trapattoni”, se Boniperti avesse messo attorno a Laudrup campioni veri e non giocatori come l’onesto ma inadeguato Magrin in sostituzione del francese, e magari Rush non si fosse rivelato un malinconico bevitore di birra, del tutto fuori posto in una città e in una squadra non adatte a lui. Aver messo in panchina Rino Marchesi, un brav’uomo maestro del calcio difensivistico, anacronistico agli occhi di Laudrup (e non solo ai suoi) fece sì che il danese pensasse bene di cambiare aria, dimostrando tutto il suo valore al Barcellona di Cruiff. Forse, come ha malignato qualcuno, ha vinto “quando non poteva farne a meno”, giacché in quel Barça giocavano “scartine” come Romario, Stoickov, “Rambo” Koeman e compagnia bella. Ma la sua figura la faceva anche lui: mi ricordo benissimo di com’era organico al gioco di quel Barcellona che ci eliminò nelle semifinali di Coppa delle Coppe 1991.

Auguri per i tuoi cinquantacinque anni, Campione. Se mai mi leggerai, sappi che, personalmente, non condivido quelli che dopo il tuo nome, automaticamente mettono una virgola, seguita da un “ma” o da un “se”: io ti ho visto giocare sempre con grande piacere. Una partita per tutte? Quella di Tokio, dove giocasti una gara eccezionale e segnasti una rete da cineteca.


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