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Il Fatto di S. BIANCHI del 11/07/2019 09:54:12
Luis “Doble Ancho” Monti

 

Luis “Doble Ancho” Monti, Luis Felipe Monti all’anagrafe, è nato a Baires, Argentina, da genitori romagnoli. Non era alto granché, solo un metro e sessantasette, ma in undici anni di campionato argentino, trascorsi soprattutto nel San Lorenzo, si era messo in luce come "centrosostegno", un difensore centrale capace di aprire il gioco. Come difensore era veramente tosto, un francobollatore che impediva al “suo” centravanti di muoversi, aiutato dal fisico robusto: se ciò non era stato sufficiente a convincere l’avversario a cedergli il pallone, ricorreva spesso a interventi rudi, anche molto di là dal consentito, come sa bene il suo “nemico” Schiavio del Bologna. Dal punto di vista dell’apertura del gioco, leggendo la documentazione a disposizione, mi son fatto l’idea che fosse una versione migliorata del Bonucci prima della fuga rossonera: lanci di quaranta - cinquanta metri per le ali, millimetrici, ed ecco, come ulteriore pregio, il fatto che questi lanci fossero a mezza altezza o addirittura bassi, quindi tesi e veloci.

Era il migliore, forse il secondo giocatore al mondo con queste caratteristiche: quando la Juventus di Edoardo Agnelli e Mazzonis se lo accaparrò, la squadra aveva appena conquistato il primo sigillo del “quinquennio d’oro”. Luis arriva in bianconero insieme al mediano Luigi Bertolini, a migliorare una squadra che già appariva invincibile. Immaginate, però, lo sconcerto di dirigenti e tifosi quando lo videro sbarcare dell’aereo: altro che “Doble Ancho”, le ante di quell’armadio non erano due, erano almeno tre, causa una ventina di chili in sovrappeso. Conscio del problema, dopo l’esordio (con rete) contro la Pro Patria, si autoesclude dalla squadra, sottoponendosi a una dieta ferrea e mettendosi a correre lungo viale Stupinigi, rischiando il colpo di calore a causa dei tre maglioni di lana indossati uno sull’altro. Due settimane dopo, resosi “degno” dello stipendio di cinquemila dollari USA che la Società gli dava mensilmente, oltre alla casa, diventa uno dei principali artefici del secondo scudetto della prima, storica cinquina. Non volle mai ritocchi allo stipendio che aveva pattuito inizialmente e mai abbandonò l’abitudine a correre: sei giri di campo (con un solo maglione di lana) ogni giorno, prima dell’allenamento. Quell’anno, oltre a quella con la Pro Patria prima dell’autosospensione, giocò altre ventotto gare, segnando un’altra rete.

Nella seconda stagione bianconera di Monti, il 1932/33, arriva dal Brasile Pietro Sernagiotto, velocissimo attaccante destro, e dal vivaio (o quasi) Felice Placido Borel, detto “Farfallino”, centravanti micidiale da ventinove reti in ventotto gare: si forma così quel mantra che è la formazione per antonomasia del quinquennio, che rimarrà identica anche l’anno seguente (non si può migliorare una squadra perfetta). Ecco la formazione che conquista gli Scudetti numero cinque e sei della nostra storia, il terzo e il quarto della cinquina, manco a dirlo, col nostro Monti a dominare difesa e centrocampo: Combi, Rosetta, Caligaris; Varglien I, Monti, Bertolini; Sernagiotto, Cesarini, Borel II, Ferrari, Orsi.

La cinquina si compie nel 1935. Combi, Caligaris, Sernagiotto hanno lasciato, Orsi, a marzo se ne torna in Argentina, impaurito dal regime fascista, Carcano è costretto a lasciare il posto a Gola: è una Juve stanca, che comunque conquista il settimo scudetto.

La morte del presidente e la situazione socio-politica rendono meno agguerrita la Juventus e meno appetibile il calcio. Monti e la Juventus trascorrono insieme altri tre anni, con due quinti posti in campionato, seguiti dal risveglio del 1937/38: solo piazza d’onore per lo Scudetto, semifinali in Coppa dell’Europa Centrale, ma vittoria della prima Coppa Italia della nostra storia. A fine stagione Monti abbandona l’attività agonistica, dopo duecentosessantuno gare giocate sempre da protagonista e accompagnate da ventidue reti: si trasforma in allenatore, ruolo che svolge in Italia dal 1939 al 1950: nel 1942, tornato alla Juve a stagione iniziata per sostituire in panchina l’ex compagno di squadra Giovanni Ferrari, conquista la seconda Coppa Italia bianconera.

Notevolissima anche la sua carriera in Nazionale, anzi, nelle Nazionali. Con l’Albiceleste conquista la Coppa America nel 1927, la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928 e il secondo posto ai Mondiali nel 1930; nel 1934, con l’Italia, vince il Mondiale: Monti è l’unico calciatore di sempre ad aver disputato la finale mondiale con due squadre nazionali diverse.

Nel 1950 torna a vivere a Escobar, un sobborgo della sua Buenos Aires, dove, nel giugno 1978, riceve la visita dei nazionali italiani, impegnati nel Mondiale. Muore per infarto miocardico il 9 settembre 1983.


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