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Eventi di S. BIANCHI del 03/09/2019 08:08:58
3 settembre 1989: muore Scirea

 

“Scusate, dobbiamo interrompere la selezione delle partite di Serie A, che verrà comunque ripresa tra poco, per una ragione veramente tremenda: è morto Gaetano Scirea in un incidente stradale avvenuto in Polonia, dove si era recato per seguire la squadra che sarà prossima avversaria della sua Juventus in Coppa. E’ inutile spendere parole per illustrare un uomo che si è illustrato da solo per tanti anni sui campi del mondo, che ha conquistato un titolo mondiale con pieno merito, che era un campione non soltanto di sport ma soprattutto di civiltà”. Così Sandro Ciotti informò noi italiani della morte di Gaetano. Ma Dino Zoff e gli altri della squadra, reduci dalla gara di Verona, conobbero la notizia in maniera ancor più cruda: al casello autostradale.

Morto nel modo più orribile, per le ustioni riportate nell’incendio della Fiat 125 “Polski” su cui viaggiava da Lodz e Varsavia, dopo lo scontro con un furgone. La Juventus l’aveva inviato in Polonia per visionare, proprio a Lodz, quel Gornik Zabrze, prossimo avversario di Coppa UEFA. Alle 12.30 l’incidente dovuto a scarsa visibilità, un fondo stradale non dei migliori, imprudenza dell’autista, ma che probabilmente non avrebbe portato alle estreme conseguenze se non fossero state collocate nel bagagliaio delle taniche di benzina, nel tentativo di aggirare difficoltà nell’approvvigionamento di carburante. Pensare che, vista la modestia della squadra da incontrare nel primo turno di coppa, sia Zoff, sia Scirea, allenatore e vice, ritenessero inutile andare a studiare l’avversaria: dovettero però ubbidire alle disposizioni di Boniperti.

Nel 1988, appena lasciata l’attività agonistica e conseguito il patentino di allenatore a Coverciano, Boniperti gli aveva offerto il posto di secondo di Zoff, suo amico inseparabile, andando anche a ricoprire quel ruolo di osservatore che da tantissimi anni aveva svolto quel Romolo Bizzotto che, ormai anziano, gli passò il testimone. Non sapremo mai il valore di Gaetano Scirea allenatore, anche se Lillo Foti gli aveva offerto, quasi contemporaneamente alla chiamata di Boniperti, la titolarità della panchina a Reggio Calabria. Del valore di Scirea calciatore non si può discutere, considerato unanimemente dalla stampa sportiva uno dei massimi esponenti a livello mondiale nel ruolo di libero, ancor più apprezzabile poiché esercitava il suo ruolo in campo con una correttezza e signorilità senza pari. Il suo palmares racconta di cinquecentocinquantaquattro presenze in bianconero con trentadue reti, nessuna espulsione e sette Scudetti, due Coppe Italia e tutte e cinque le Coppe internazionali per club, oltre alla Coppa del Mondo di Spagna 1982. I tifosi gli hanno dedicato la curva sud del vecchio “Delle Alpi”, la Juventus ha mantenuto il nome al settore sud del nuovo stadio e, dal 2011, nella Walk of Fame, una delle cinquanta stelle è dedicata a lui; dal 2012, la città di Torino gli ha dedicato una strada, tanto che l’ingrasso principale del nostro stadio è al numero cinquanta di Corso Gaetano Scirea.

Resterà nei nostri cuori per come l’abbiamo visto essere e giocare al calcio nella nostra squadra, ma c’è chi meglio di noi è riuscito a esprimere i sentimenti che Scirea evocava. Ecco il pensiero di alcuni giornalisti. Per Gianni Brera “… era dolce e composto, di una moderazione tipica del grande artista. Non era difensore irresistibile né arcigno, era buono, ma completava il repertorio con sortite di esemplare tempestività, a volte erigendosi addirittura a match winner”. Per Giampiero Mughini: “Qualcuno di voi che abbia amato il calcio degli anni settanta e che ricorda quelle partite, anche le più infiammate, qualcuno di voi ricorda una sola volta che Scirea sia entrato sulla palla fuori tempo, si sia sgraziato nel movimento di ostruire e fare ripartire il gioco? Qualcuno di voi ricorda un suo gesto eccitato o fuori posto o sleale? Io non credo. O meglio: quei gesti eccitati o fuori posto o sleali non ci sono mai stati”. Angelo Caroli: “Era il ragazzo della porta accanto, al quale ci si sente istintivamente legati e al quale si dà immediata fiducia, un uomo buono e accomodante, dolce e docile, onesto e umile fino al paradosso, nonostante la professione gli avesse costruito attorno una celebrità sconfinata. Non esiste un personaggio amato come lui, al punto che perfino i più accesi rivali municipali oggi, lo ricordano con affettuoso rispetto”. Luigi Garlando: “Nessuno è stato grande come Gaetano, perché gli altri, compresi i sommi Beckenbauer e Baresi, erano difensori che avanzavano, lui era difensore in difesa, centrocampista vero a centrocampo, attaccante vero in attacco”. Vladimiro Caminiti: “… al Mundial di Argentina … nasceva il ruolo di libero inventato da Scirea... Prima di lui il libero era mezzo ruolo, per tappabuchi predestinati, per campioni alla frutta, per assi acciaccati, per nulla dotati di fantasia. Fecero eccezione di uomini grandi come Picchi, che costruirono il ruolo su se stessi, sulle proprie ossa e sul proprio cuore. Ma ormai il libero doveva entrare stabilmente nel gioco, partecipare alla manovra, non limitarsi a rompere. E Scirea faceva molto di più. Avanzava, inserendosi in ogni reparto con naturalezza; a seconda della posizione che andava prendendo sul campo era “half” o interno o attaccante. E che splendidi goal andava a segnare! La Nazionale finì quarta ma era nato un campione nuovo, era arrivato il più grande libero del mondo”.

Sentiamo ora i personaggi del calcio giocato, iniziando da un avversario, Paolo Pulici: “Una volta in uno scontro con Scirea mi ruppi il naso. Quando mi risvegliai all'ospedale, dopo l'operazione, la prima faccia che vidi, oltre a quella di mia moglie, era di Scirea. Un grande” . Dino Zoff: “Mai un’espulsione, eppure giocava in difesa. Gli bastavano la classe e la pulizia del gioco. Mai visto uno così elegante, con la testa così alta. E la purezza del tocco era purezza morale. Questi sono uomini importanti, che magari non segnano un’epoca perché non gridano. Ma quanta ricchezza”. Stefano Tacconi: “Come il solito, aveva ragione lui” . Franco Causio: “Era impossibile non volergli bene”. Marco Tardelli: “Il suo essere silenzioso e riservato forse gli toglieva qualcosa in termini di visibilità, ma certamente gli faceva guadagnare la stima, il rispetto e l'amicizia di tutti, juventini e no. Questo non significa che fosse un debole o che non avesse niente da dire: al contrario, era dotato di una grande forza interiore e sapeva parlare anche con i suoi silenzi”. Giovanni Trapattoni: ”Un leader col saio” . Alessandro Del Piero: “A volte mi chiedo come mi vedono i ragazzi, i bambini. E penso che vorrei mi vedessero come io vedevo lui. Parlo dell'uomo, non solo dello straordinario giocatore. Perché questo, per me, vuol dire entrare nel cuore della gente, lasciare qualcosa che vada oltre i numeri”. Giampiero Boniperti: “Li riconosci subito i giocatori che hanno qualcosa in più: li vedi da come si muovono in campo e da come leggono il gioco un secondo prima degli altri; se poi sono dotati di spessore umano e pulizia morale hai davanti agli occhi un fuoriclasse anche nella vita”.

Per finire, sulla sua morte precoce, due pensieri, uno più poetico, uno più pragmatico. Enzo Bearzot: “La prima volta che stette in ritiro con me, a Lisbona con l'under 23, dissi che un ragazzo così era un angelo piovuto dal cielo. Non mi ero sbagliato. Ma lo hanno rivoluto indietro troppo presto” . Vladimiro Caminiti: “Morire giovani capita ai profeti, ai poeti, ai predestinati, ai santi. Ma è una menzogna, morire giovani è solo una porcheria”.

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