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Editoriale di S. BIANCHI del 04/10/2019 09:49:26
4 ottobre 1964: “HH2” e Zoff sull’addio di Sivori

 

La Juventus 1960/61 vince lo scudetto numero dodici, ma a fine stagione Boniperti lascia il calcio giocato. L’anno dopo la Juve è dodicesima in campionato e il suo unico acuto stagionale è la vittoria in casa del Real Madrid, targata Sivori; a fine stagione, l’acciaccato Charles si trasferisce a Roma. Si cerca di supplire all’addio di Boniperti con l’inutile inserimento dell’argentino Rosa, poi con Mazzia, che mai avrà autorevolezza e piglio da regista. Col poco incisivo “zonaiolo” Amaral in panchina, nel 1962/63, la stagione in cui lascia anche Umberto Agnelli, ci classifichiamo al secondo posto in campionato, senza mai aver combattuto per il primo: il 29 giugno si vince addirittura la… “Coppa delle Alpi”. La stagione successiva riprende con Amaral, presto sostituito da Monzeglio: un vero signore, purtroppo anziano per età e concezioni calcistiche. Sarà quinto posto, ma basti dire che, il primo giorno sul campo, disse a Sivori: “Diriga lei l’allenamento”. Quell’anno furono anarchia tattica e tanto anonimato, non certo solo per colpa dell’argentino, con il lampo di luce del quattro a uno sull’Inter: fu Rabitti a finire la stagione in panchina.

C’era una squadra da rifondare e Sivori, da solo, non riusciva a trovare la soluzione del gol: la squadra era in sostanza senza progetto, senza guida tecnica e chi aveva lasciato, per età o logorio, non era stato opportunamente sostituito. Sivori si adatta, spera di vivere un periodo di transizione e vivacchia, alternando partitoni a un trantran abbastanza anonimo, tanto che Caminiti, in “Juventus ‘80”, suggerisce che fosse troppo preso dalla sua attività extra di assicuratore: è l’unica volta in cui trovo eccessivo un giudizio di Vladimiro. Tra i tentativi dirigenziali per render Sivori ancora risolutivo, si provò ad affiancargli la “Folgore”, al secolo Nestor Combin, per sostituire chi era stato creduto un centravanti, quel Nenè che, l’anno dopo la cessione, si dimostrò un ottimo… centrocampista a Cagliari. Purtroppo, Combin non assomigliava per niente a Charles e gli altri arrivi del periodo, a parte Del Sol, “il Postino”, non riuscirono assolutamente a controbilanciare le dismissioni avvenute dal 1960/61.

La mossa della disperazione di Vittore Catella si palesa per la stagione 1964/64: per la panchina è stato scelto un paraguaiano dal pugno di ferro, Heribero Herrera detto “HH2”, sperando riesca a imbrigliare quel che resta degli estri sivoriani in schemi di squadra. Heriberto se ne esce quasi subito con quest’affermazione: “Quando si tratta di orario, di disciplina, di serietà nell’allenamento, nel vitto, nel riposo, nel fumare, tutti i giocatori sono per me uguali. Per me Sivori come Coramini. Tutti giocatori uguali per me. Sivori Asso? Meglio così… Potere lavorare di più e meglio degli altri”. Enumerò, direttamente o indirettamente, tutte quelle cose in cui Sivori si era sempre concessa la massima libertà: una dichiarazione di guerra. Heriberto è un sasso nello stagno, è la controriforma, le sue idee sono un guinzaglio per Omar, ma non una museruola: alla stampa, di Herrera dice peste e corna. E anche per questo che la stagione di Sivori è costantemente sull’orlo, con le sue giocate al contagocce che non sempre gli fanno perdonare le partite giocate così e così. Heriberto dice che il singolo può esistere solo nella squadra, che non gli interessa vedere i giochi di prestigio col pallone, bensì gli schemi, che tutti devono sempre votarsi alla squadra. Sivori è sordo da quell’orecchio, anzi, da entrambi, e s’indispettisce sempre più. Si guardavano in cagnesco dal famoso “Sivori uguale Coramini”, col passare del tempo va sempre peggio.

Comincia il campionato: uno a uno a Messina, reti bianche in casa col Cagliari poi, senza Sivori, si perde tre a uno a Catania. Combin, oltre a non assomigliare a Charles, non somiglia nemmeno a Nenè: si avverte inadeguato e si rivolge a Sivori per protezione, ma sceglie male, perché Sivori non lo considera, ne ha abbastanza da pensare a sé stesso. Il far comunella con l’argentino indispettisce “HH2”: niente conventicole, siamo squadra. A Catania Sivori non è in campo: provvedimento disciplinare o infortunio diplomatico? Il 4 ottobre 1964 rientra col Mantova e sembra subito ricominciare a fare quegli sfracelli cui ci aveva abituati. Forse, così sarebbe stato sopportato da "HH2": tanta classe può valer la pena di minor di senso di squadra di qualche whisky in più, in ore piccole trascorse con gli amici. Nel Mantova (a fare un percorso inverso a quello di Sivori, trovandosi infine a giocare un anno insieme) gioca un certo Dino Zoff, che dai pali usciva poco anche allora, ma quando lo faceva, non guardava in faccia a nessuno: poco gli interessa delle voglie di riscatto del “Cabezon” lanciato a rete, e gli esce impavidamente sui piedi. L’argentino si abbatte sul prato: frattura di spalla. Una foto d’epoca, senza quei mezzi toni che fanno immaginare la fotografia di una fotografia, documenta l’argentino sollevato e portato fuori dal campo dal suo allenatore.

Sivori non raccoglie in gesto di pace e approfitta della degenza per sparare a zero su “HH2”, ma è una battaglia di retroguardia. È chiaro che il paraguayano è stato scelto da Catella col pieno appoggio della proprietà: si voleva una Juventus di nuovo squadra e Sivori non l’aveva capito, o faceva finta. Rientrò in campo dopo tre mesi giocando altre dodici gare e segnando la miseria di tre reti. Quarta in campionato a tredici punti dalla prima, sconfitta in finale di Coppa delle Fiere, la Juventus si aggiudicò Coppa Italia.

Sivori fu venduto al Napoli in cambio dell’acquisto di due motori navali e di settanta milioni. Con Sivori, forse, si poteva agire in altro modo, come dimostrano i risultati da lui ottenuti in azzurro nella stagione seguente. Sotto il Vesuvio tornò grande in una squadra neopromossa, rilanciata dall’acquisto dei due “reietti” Sivori e Altafini ad affiancare Juliano, Canè e Montefusco: non certo uno squadrone, ma terzo posto in campionato, Coppa delle Alpi e calcio spettacolo, tanto che il Guerin Sportivo giudicò la squadra guidata da Pesaola, una delle dieci più divertenti degli ultimi cinquant’anni.

Marchi di fabbrica – prima parte-

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