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Editoriale di S. BIANCHI del 06/04/2020 11:05:43
Auguri, “Postino”

 

Ci aveva castigato ai quarti di finale di Coppa Campioni, anno 1961/62, quei quarti giocati su tre gare, figlie dello zero a uno del Comunale, ribaltato da una grande Juventus in quel di Madrid, con la rete dello strepitoso Sivori e che ci videro infine soccombere tre a uno nello spareggio di Parigi. Tra i “Blancos” era titolare fisso Luis Del Sol Cascajares, autore anche di una delle reti del Parco dei Principi.

Nato in Castiglia il 6 aprile del 1935, dopo gli inizi al Betis Siviglia, approda presto al Real Madrid. Centrocampista dalla tempra atletica notevole, pur di bassa statura, era dotato di un dinamismo e una resistenza fuori dal comune. Schierato all’ala, svariava per tutto il campo, sempre palla al piede, distribuendola ove più serviva: ecco perché Di Stefano gli appiccicò il soprannome di “Postino”. Distribuiva gioco, ma era rapido nel tornare indietro a evitare il buco a centrocampo in caso di ripartenze avversarie. Oltre al senso del gol, era un ruba palloni unico, un continuo di scatti e accelerazioni che annichilivano l’avversario ben prima del novantesimo. E la palla, se non s’incaponiva nel dribbling, era praticamente impossibile togliergliela.

Alla Juventus arriva con un bel palmares: col Real, in due anni, aveva vinto due Liga, una Coppa di Spagna, quella dei Campioni e l’Intercontinentale. Dal 1962/63 è a Torino per otto stagioni: in panchina trova Amaral col suo gioco a zona, proveniente dalla Seleçao. Dopo un testa a testa con l’Inter, durato un mese, la sconfitta nel derby ci relegò al secondo posto da parte della squadra che, con Helenio in panchina, inaugurava il periodo dei successi da “caffè corretto”. Un anno di transizione e, nel 1964/65, con l’arrivo del “nostro” Herrera, Heriberto, torniamo alla vittoria, anche se solo in Coppa Italia. La novità è il “movimiento”, una sorta di ”calcio totale” ante litteram, un tipo di gioco con cui squadre tecnicamente meno dotate potevano prevalere su squadre più ricche di campioni. Altra annata di transizione e, nel 1966/67, il ritorno allo scudetto. E’ l’anno migliore del periodo di “HH2” e di Del Sol, che incarna al massimo lo spirito che Heriberto aveva dato alla Juventus. In estate, falliti gli acquisti di Riva e Meroni per rafforzare la squadra per la Coppa dei Campioni, è proprio in questa competizione in cui, l’anno seguente, onoriamo la stagione arrivando alle semifinali per la prima volta. Poche le gioie nei due anni successivi: meglio nell’ultima stagione di Del Sol a Torino, il 1969/70, con Rabitti in panchina, quando “rischiammo” di vincere quello scudetto che invece andò al Cagliari.

Abituato ai fasti di Madrid, nel periodo torinese, con 294 gare e 29 reti, Del Sol dovette accontentarsi di uno Scudetto, una Coppa Italia e... degli Europei del 1964 con le “Furie Rosse”. Se non raccolse molto, della Juventus divenne la bandiera, simbolo della “Juventus operaia” di Heriberto, tanto che, costruendo lo Stadium, tifosi e Società gli hanno dedicato una stella nella “Walk of Fame”. Parlando con vecchi tifosi come me, al nominare Del Sol, immediatamente vengono fuori le espressioni “indomabile”, “maratoneta”. Per certo, posso assicurarvi che Luis non è stato solamente questo, avendo ricoperto alla grande il ruolo del centrocampista che sa tessere gioco a getto continuo. Sentite lui direttamente: «Da un lato mi fa piacere essere definito un maratoneta, anche perché, con il gioco moderno, chi non corre il pallone non lo vede mai, però non vorrei essere citato soltanto come un emulo di Abele Bikila, perché credo di sapere anche giocare al calcio e di averlo dimostrato».

Pur essendo lo specchio in campo di HH2, col paraguaiano non erano tutte rose e fiori: Del Sol è molto simile a Sivori (a parte che nell’allenarsi) e gli piace tirar tardi, divertirsi, mangiare e fumare. Al suo arrivo, proprio la coesistenza col “Cabezon” destò qualche preoccupazione, vista quella bella litigata al Parco dei Principi, nel 1962. Nessun pericolo, poiché tra uomini le cose di campo restano in campo: chiarimento immediato, se mai ci fosse stato bisogno e tre stagioni di pacifica coesistenza e cooperazione.

Anche Caminiti tende a sottolineare il fatto che Del Sol fosse tutt’altro che un supermediano, basta andare a rileggere cosa scrisse di lui: «In certi momenti della sua recitazione, Del Sol poteva rassomigliare a un botolo ringhioso; ma guardatelo quando va a “matare” il suo nemico Suarez in uno struggente pomeriggio di dicembre al Comunale stipatissimo... il capolavoro di Del Sol in maglia bianconera, forse, è questo... Non dimenticherò mai la sua partita disegnata attraverso corse e rincorse belluine, con un dribbling di possesso reiterato, con finte, contro finte, tocchi e lanci misurati; un piede svelto e protervo; una dedizione assoluta; un estro, una fantasia ribaldi». Con due reti di Del Sol, in quel 22 dicembre 1963, che mancano alla cronaca del grande Vladimiro. Lo scudetto del campionato 1966/67, senza dimenticare il merito di quell’allenatore che non mollava mai e l’apporto dei vari Anzolin, Bercellino, Salvadore, Zigoni, Cinesinho, e Menichelli, se deve essere considerato merito di qualcuno più che di altri, va attribuito proprio a Del Sol. Gianni Giacone, su Hurrà Juventus, concorda con me: «Il tredicesimo scudetto è tutto riassunto nelle poderose rincorse di questo sivigliano... non c’è pausa, in partita, per le scorribande di Del Sol... e le sue mosse, pur condotte sempre su ritmi impressionanti, rispondono a un preciso piano di manovra».

Auguri, Grande Luis, per i tuoi ottantacinque anni!

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