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Attualità di F. DEL RE del 27/11/2020 07:18:01
Il giorno in cui il calcio morì

 

25 Novembre 2020. Il giorno in cui il calcio morì. Perché, per tutti quelli della mia generazione, Diego Armando Maradona fu il paradigma del calcio. Un talento sovrumano, divino, impregnava un corpo di una stranezza unica: sempre sovrappeso o quasi, una postura impettita derivata da un'accentuata lordosi, gambe corte, ma straordinariamente ipertrofiche e un'altezza totale tutt'altro che rilevante. Eppure, questo strano essere con una capigliatura riccio-corvina a coronare il tutto, con la palla poteva fare qualsiasi cosa. Anzi: poteva palleggiare, piede, stinco, gamba, spalla, collo, testa, con qualsiasi cosa, come se l'intero suo corpo fosse prensile, non solo le mani, come se fosse capace di piegare le leggi della fisica e della gravità magicamente. E in campo, dove l'essere solo funamboli non conta niente, replicava quella magia con giocate straordinarie che è persino inutile ricordare, tanto sono note e mandate a memoria collettiva. Mancino naturale, con quel piede disegnò dribbling come arabeschi, parabole come volute, tiri a rete come schizzi di colore di Jackson Pollock. Del pallone fu artista totale, capace di diventare metro di paragone, metafora del gioco, paradigma, appunto.

Paradigma non solo del calcio, ma anche del saper sopravvivere nel calcio. Una furbizia innata per chi ha avuto i natali in un barrio povero di Baires, lì dove solo il furbo sopravvive. Un istinto di sopravvivenza che però non è riuscito ad attivare nella vita di tutti i giorni, così come sapeva attivarlo su un campo di calcio. Per questo sapevamo tutti che sarebbe successo, più prima che poi, perché tanto è stato amato quanto si è impegnato a farsi del male. Ma ora che la notizia è qui, arrivata fredda come un rasoio in un buio e freddo pomeriggio di fine Novembre, netta come un taglio di Fontana, essa ci lascia ugualmente di ghiaccio, come se non fosse vera, come se non fosse possibile. E la ferale notizia non poteva che riempire titoli e giornali di tutto il mondo, perché Diego, El Diez, D10S, è stato un catalizzatore di attenzioni unico. Attenzioni spesso morbose: "quanti figli hai Diego? Con quante donne? E la droga? E l'alcool? E il cibo spazzatura? E come fa un uomo di sinistra ad essere miliardario, amico dei camorristi, ad evocare vendetta per una guerra voluta e persa da un regime dittatoriale di destra?". Tutto quel talento irreale, per cui a quell'adorabile canaglia, a quello strano arruffapopoli si perdonava tutto, non l'ha mai protetto dalla tossicità della vita perennemente sotto i riflettori. E se qualcuno non perdonava le sue umane debolezze, le sue contraddizioni di uomo intimamente e profondamente fragile, il cattivo, per Diego e per i suoi seguaci, era quel qualcuno. La FIFA, le federazioni tutte mafiose, gli inglesi, il Nord, d'Italia e del mondo, Bush... Quel troppo amore, strano, malato, tossico, interessato, l'ha ucciso. Più che se non ne avesse avuto affatto. Perché anche di amore vero, disinteressato ne ha avuto, pur avendo fatto una fatica orribile a ricambiarlo, a ripagarlo.

Ora, però, il tempo è finito. E Diego sapeva che il tempo stava finendo, che non sarebbe tornato, che ogni errore, ogni sbaglio, non poteva essere rimediato, non potrà più essere risolto domani. Diego sapeva che il peso delle sue scelte avrebbe presentato il conto, come glielo ha sempre presentato ogni volta che ha sbagliato, ogni volta che ha trovato una giustificazione per i suoi errori, ogni volta che una cosa bella era andata per sempre. Adesso rimane solo la malinconia, la tristezza, il ricordo di quanto di straordinario egli ha fatto, sia nel bene che nel male. Rimane l'umana pietas che, almeno finché il corpo di Diego è ancora caldo, si deve per rispetto alla Vita in quanto tale. Verranno dopo, solo dopo, le analisi di chi sa tutto, di chi conosce tutto, di chi sta sulla barricata dell'amore incondizionato e tossico e di chi sta sulla barricata opposta, quella della critica feroce e cinica, che nulla sconta. Ma oggi, domani, il giorno del suo funerale, no. Fino a quel giorno, e per tutto quel giorno, credo sia più giusto ricordare la magia, ricordare il bambino che palleggiava e mentre lo faceva sognava. Perché quel bambino siamo stati tutti noi e saranno tutti i nostri figli.

Hola niño. Ahora puedes soñar... Adios Pelusa.

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