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Editoriale di N. REDAZIONE del 30/12/2020 09:43:32
Jeno Karoly, il primo allenatore della Juventus

 

Di A. Pavanello

Il nome di Jeno Karoly merita di essere ricordato nella lunga storia della Juventus e degli allenatori che contribuirono a renderla grande, perché fu appunto il primo allenatore in assoluto del club.

Jeno Karoly nacque Ungheria (alcuni autori indicano la città di Sopron, altri Budapest), nel 1886 e a diciassette anni integrò il club più prestigioso, ossia l’MTK (Magyar Toerevecks Klub, Club Polisportivo Ungherese); le sue qualità gli fecero guadagnare rapidamente il ruolo di titolare in seno alla squadra e divenne un centrocampista fondamentale per il gioco della formazione di Budapest.
Con l’MTK, Karoly vinse due campionati (1904 e 1908); fu anche attaccante efficace, visto che segnò 106 reti con i colori della sua squadra in novantacinque partite di campionato, tra il 1903 e il 1910 e fu capocannoniere nel 1903 (15 gol) e nel 1905 (13 gol).
In seguito Karoly giocò all’AK di Budapest, tra il 1910 e il 1919.
Giocatore della nazionale ungherese, Jeno Karoly disputò venticinque partite tra il 1903 e il 1918, segnando dieci gol; partecipò ai Giochi Olimpici del 1912, che videro l’Ungheria vincere il torneo di consolazione (riservato alle squadre escluse dalla corsa alle medaglie).
Dopo l’armistizio che sancì la fine alla “Grande Guerra”, Karoly divenne allenatore, dapprima all’MTK e poi, una volta trasferitosi in Italia, all’FBC Savona che diresse dal 1920 al 1923.
Tuttavia Jeno Karoly aveva un ruolo che andava oltre a quello di un semplice allenatore: era anche manageriale.

Nel calcio degli anni venti, in genere rari erano i “trainer” (nome che si usava all’epoca per designare l’allenatore), più spesso erano impiegati degli istruttori oppure i giocatori più anziani.
La Juventus fece parte di quei club che non possedeva appunto un vero e proprio allenatore; fin dalla sua nascita la società si avvaleva di “accompagnatori”, ovverossia quei giocatori che avevano acquisito una certa esperienza giocando in prima squadra: il primo di questa categoria fu Portigliatti, che aveva militato nelle formazioni sociali. In seguito ve ne furono altri, provenienti da squadre diverse, come Freilich, (Casale), che in seguito divenne massaggiatore e Debernardi, (Torino), che fu un “quasi-allenatore”

Nel 1923 ci fu un cambio in sede alla presidenza della Juventus: giunse Edoardo Agnelli e con lui le prospettive e le ambizioni cambiarono. Fu proprio il neo-presidente che ebbe modo di vedere Jeno Karoly all’opera e gli propose di passare alla Juventus.
L’ungherese impose la sua visione di gioco alla squadra e la plasmò in poco tempo. I suoi allenamenti furono particolarmente intensi e soleva portare i giocatori a compiere lunghe passeggiate tra Torino e Rivoli, alternando il passo alla corsa.
Fu lui a far acquistare Munerati e Gianfardoni dallo Spezia e i connazionali Joszef Violak (il cui nome fu italianizzato in Giuseppe Viola) e Ferenc Hires (o Hirzer), il cui rapporto si rivelerà fondamentale per la squadra.

Il Campionato in quel periodo non era come ai giorni nostri, a girone unico; nel 1923 la formula era quella ideata da Vittorio Pozzo: due gironi interregionali al nord e in campionati regionali (Lazio, Campania, Puglia e Sicilia) al sud; da notare il caso specifico dell’Anconitana, unica squadra marchigiana direttamente qualificata alla fase nazionale. Al nord la semifinale opponeva le vincitrici dei due gironi, mentre al sud la formula era di due gironi da quattro squadre, comprendente le prime e seconde classificate dei tornei regionali.
La stagione 1923/24 fu anche la prima in cui fu ideato lo “Scudetto”, come stemma onorifico per i vincitori.

La Juventus si trovò nel girone A e grazie ai nuovi innesti e al sistema di gioco, insidiò il Genoa alla testa della classifica, per poi appaiarsi con i liguri alla fine del girone di andata; a rovinare però la marcia della Juventus fu “l’affare Rosetta”; Virginio Rosetta lasciò la Pro Vercelli in disaccordo con il suo presidente, per andare alla Juventus. Il litigio coinvolse dapprima Juventus e Pro Vercelli, poi altri club e infine anche gli organi sportivi nazionali. La decisione presa dalle massime autorità fu l’annullamento del trasferimento del giocatore e la sconfitta a tavolino per le partite in cui il club lo aveva schierato, almeno prima della sentenza finale.
Il club terminò il girone al settimo posto. Alla fine della stagione i bianconeri si accordarono con la Pro Vercelli e Rosetta divenne ufficialmente bianconero per la cifra di 50000 lire dell’epoca.
Nella stagione successiva, la Juventus si piazzò al secondo posto del girone B, a soli due punti dal Bologna che poi vinse il campionato.
La stagione 1925/26 vide la Juventus ancora una volta tra le protagoniste della corsa allo scudetto: i bianconeri subirono solo due sconfitte e terminarono primi del loro girone.
Il Bologna, campione d’Italia in carica, terminò capolista dell’altro girone e così si giocò una finale per il girone della Lega Nord. Il primo match si svolse a Bologna e terminò 2-2, il match di ritorno, quindici giorni dopo, a Torino fu ancora un pareggio, per cui si dovette organizzare una “bella” in campo neutro a Milano. Ma pochi giorni alla partita decisiva, Jeno Karoly morì improvvisamente d’infarto: era il 27 luglio 1926.

La squadra onorò il suo allenatore nel migliore dei modi, vincendo 2-1 (i bianconeri avevano aperto le marcature con Pastore, i felsinei avevano pareggiato con Schiavio e la rete del definitivo vantaggio juventino fu segnata da Vojak).
La Juventus, allenata da Violak, si qualificò per la finale contro l’Alba Roma, vincitrice del girone di Lega Sud: i bianconeri s’imposero facilmente 7-1 al match di andata e 5-0 a quello di ritorno, diventando così Campioni d’Italia dopo ventuno anni dalla conquista del primo titolo.
Jeno Karoly fu sepolto al cimitero di Torino e sulla sua tomba fu posto il simulacro di un pallone da gioco, che riproduceva perfettamente il genere di palloni della sua epoca.

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