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Eventi di N. REDAZIONE del 15/03/2021 12:14:59
Umberto Caligaris: vivere e morire di calcio

 

di A. Pavanello
Umberto Caligaris fu indiscutibilmente, con Combi e Rosetta, l’altro pilastro della difesa bianconera, in una Juventus indiscussa protagonista dal 1930 al 1935. Nato a Casale Monferrato, “Caliga” praticò lo sport giovanissimo: a dodici anni giocò nella squadra dell’oratorio del Valentino e poi nello Sparta FC. Il calcio però non fu l’unico sport praticato dal giovane Umberto: nel 1918 fu campione nel campionato locale dei 100 metri piani e nel salto in lungo. Fu il “Torneo Brezzi”, vinto con lo Sparta FC che attirò l’attenzione degli osservatori del Casale per Caligaris che, secondo Giacone «entrava sul pallone con l’impeto delle valanghe che scendono a valle» e così ci fu il salto di categoria.

La specialità di “Caliga” era secondo Pozzo «il rinvio a forbiciata, per cui rimaneva un istante in aria come se stesse per spiccare il volo». Esordì diciottenne nella Prima Categoria (l’antenata dell’attuale Serie A) giocando contro il Valenzana: i nerostellati vinsero 3-1. Nel 1921 Caligaris divenne capitano del Casale; la sua squadra disputò vari campionati ed ottenne due qualificazioni alle semifinali interregionali del Nord, senza tuttavia mai riuscire ad andare oltre. Ma le sue performances come terzino avevano attirato l’attenzione della Juventus: Agnelli e Mazzonis decisero di far venire il terzino ai bianconeri e il passaggio si effettuò nella stagione 1928/29. Per “Caliga” fu un definitivo passo in avanti nella qualità: l’accoppiata con Rosetta e con il portiere Combi contribuì alle tante vittorie e al monopolio bianconero.

Ecco cosa scrisse ancora Giacone a proposito dell’accoppiata Rosetta- Caligaris: «Viri e Berto: due prodotti tipici del calcio provinciale e pure tanto diversi, come temperamento, come carattere, come gioco. Rosetta è apparso di colpo come giocatore completo, affinò in seguito il suo gioco con l’esperienza, ma non ne mutò più la base. Elemento calcolatore, freddo, positivo il vercellese; entusiasta, tutto fuoco, irrompente, il casalese. Il primo studiava l’avversario, il secondo lo investiva».

Caligaris vestì la maglia azzurra fin dal 1922; partecipò’ alle Olimpiadi di Parigi e Amsterdam, vincendo la medaglia di bronzo. Giocò anche con la Nazionale, diventando una pedina inamovibile e fu convocato da Vittorio Pozzo per la Coppa del Mondo 1934, ma non giocò nessuna partita. Il C.T. volle mantenere il suo principio di non cedere a favoritismi o a simpatie nella selezione di giocatori. Così Caligaris non poté raggiungere la cifra di 60 presenze…accontentandosi del ruolo simbolico di alfiere degli Azzurri.

La stagione 1934/35 che chiuse il Quinquennio fu l’ultima per “Caliga”: l’età avanzata per l’epoca (33 anni) lo pose ai margini della formazione titolare e disputò solamente undici incontri; la sua ultima partita in maglia bianconera fu alla penultima giornata di campionato, contro la Pro Vercelli e poté festeggiare con i compagni uno storico quinto titolo, acquisito all’ultimissima giornata, coronamento di una carriera di successi. Ma il casalese non aveva intenzione di lasciare il terreno da gioco e così la stagione successiva passò al Brescia in qualità di giocatore ed allenatore. Tuttavia il suo apporto non fu sufficiente per evitare alle “rondinelle” la retrocessione: troppo alto il divario tecnico con le altre squadre del campionato; la stagione successiva non andò meglio, con i lombardi che si classificarono solo ottavi nella serie cadetta. Alla sua terza stagione, dopo tredici partite, Caligaris si ammalò di setticemia e fu costretto a farsi ricoverare in preda a forti attacchi febbrili. Riuscì a guarire, ma poté ritornare solo a fine stagione e dovette poi ritirarsi per una lunga convalescenza.

Rimessosi, Caligaris ritornò al mestiere di allenatore, e si ritrovò ad allenare la Lucchese, subentrando alla diciottesima giornata e riuscendo a salvare i rossoneri dalla retrocessione. L’anno successivo, nuovo cambio di panchina, stavolta a Modena, neopromossa nella massima divisione. “Caliga” riuscì a far sì che gli emiliani si classificassero al tredicesimo posto.

Fu così che nel 1939 Caligaris ritornò nel club che tanto gli aveva dato da giocatore, la Juventus. La sua prima stagione fu soddisfacente, giacché la Juve si piazzò terza; i dirigenti bianconeri così confermarono il casalese anche per la stagione successiva.

Ma il tragico destino era in agguato… Umberto Caligaris partecipò a una partita tra vecchie glorie, il 19 ottobre 1940: come scrisse Caminiti, «scattando alla sua maniera, gli cede il cuore. Rosetta è il primo a soccorrerlo. Nella grande ombra nera, Berto già si rattrappisce sull’erba di Piazza d’Armi, con la sua bella maglia bianconera intrisa di sudore».


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