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Domenica 18/04/2021 ore 15,00
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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Attualità di F. DEL RE del 01/04/2021 08:02:07
Identità Juve

 

"...E diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo. Ma non perché ci fa paura, perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace. Noi siamo la mafia. E tu Peppino non sei altro che un povero illuso, tu sei stato un ingenuo, sei stato un nuddu miscato cu niente!" (Dal film "I cento passi" - Salvo Vitale, Radio Aut, la notte della morte di Peppino Impastato) LINK


Questa citazione è una provocazione? No. C'entra qualcosa col tema che andremo a trattare? No. E allora perché questa citazione? Perché allora la citazione dello splendido monologo di Salvo Vitale, interpretato magistralmente da Claudio Gioè? Perché è bello, teso, drammatico ed il bello c'entra sempre, anche quando non c'entra niente, ma soprattutto perché esprime un concetto di fondo: l'identità. Ciò che ci identifica, nel bene come nel male, difficilmente lo tendiamo a scartare, ad eliminare dalle nostre esistenze, ma nemmeno, più semplicemente, si tende a modificarlo, ad evolverlo.

E cosa ci identifica a noi juventini? Cos'è quell'aspetto della nostra storia, della nostra cultura, del nostro modo di vivere lo sport chiamato "football", "calcio" in Italia, che ci contraddistingue rispetto a tutti gli altri? L'identità nazionale, l'impostazione culturale di primeggiare solo in Italia, la convinzione che solo un torneo a gironi, lungo nove mesi, si possa gestire, dominare, vincere, mentre altri tipi di tornei, quelli in cui devi affrontare altri tipi di difficoltà, no, quelli non fanno per noi, non lo fanno a tal punto che, altra citazione, come Fedro fa dire alla volpe, l'uva europea è sempre acerba, è sempre condizionata, è sempre eventuale, casuale, improgrammabile, in una parola, seppur falsa, inutile.

Mentre l'inutilità, sportiva, culturale, programmatica, economica sta proprio in questa falsa identità nazionale, territoriale, o più semplicemente provinciale, in questa paura di non poter, saper primeggiare in Europa che si è trasformata in un non voler primeggiare in Europa, perché l'Europa non ci contraddistingue, non ci "identifica". E da questa falsità nasce l'arroganza del debole che si vuole forte, di colui che pretende che il suo piccolo mondo antico rappresenti tutto il mondo e che tutto il mondo rappresenti ciò che non è: un territorio inutile da esplorare e da conquistare, perché taroccato, eventuale, casuale, improgrammabile...

Questa riflessione si è rafforzata in me la sera dell'ennesima triste, ridicola, eliminazione europea della squadra per cui faccio il tifo, quella con lo stemma societario diventato logo, manco vendesse abbigliamento, bibite o elettrodomestici, quella col logo a forma di scudetto, tanto per rafforzare il concetto identitario, quando, in vantaggio di un uomo e dopo aver pareggiato il punteggio di 2-1 dell'andata al Dragao, la mia squadra ha espresso semplicemente, chiaramente, programmaticamente la sua identità: quella da campionato. Come? Semplicemente smettendo di giocare, perché l'identità provinciale dice, suggerisce, impone come una sorta di imprinting bestiale, che sul 2-1 ci si debba fermare, si debba rallentare, gestire, perché in campionato il 2-1 vale quanto il 3-1, il 4-1, il 10-1, sempre tre punti "pesa" e i tre punti muovono la classifica, sono un passettino concreto in avanti verso lo scudetto. In Europa, se all'andata si è perso 2-1, no. Il 2-1 non basta. Col 2-1 si va ai supplementari, col rischio che una barriera che si apre come una cozza tarantina quando sente il calore della padella ti costi l'ennesima figura da ridicoli laddove conta di più, piaccia o meno a chi si è convinto che la volpe di Fedro fosse furba nel ritenersi nel giusto.

E così avviene anno dopo anno, eliminazione dopo eliminazione, e sono 25 di fila, un quarto di secolo, un tempo infinito nel quale un essere umano viene concepito, nasce, finisce le scuole dell'obbligo, diventa maggiorenne, va all'università e se è bravo e svelto si laurea pure. Questo accade nel mentre in Europa la Juventus non vince niente di niente. Né vincerà mai più niente di niente se questa mentalità provinciale non cambia, se i tifosi per primi la smetteranno di farsi bastare sempre il solito brodino di dado con la grandinina, perché il pollo arrosto con le patate la sera è pesante, fa male alle analisi del sangue, costa troppo, e via e via...

Ma nessuno pensi che questa mia riflessione sia campata in aria, perché basata su un episodio singolo; tale riflessione è sostenuta da 25 anni di osservazione e in ultimo anche dalle parole di colui che è un semi-Dio per il tifo bianconero, il capitano Giorgio Chiellini, colui che disse che "noi non siamo come il Real", che a noi l'1-0 basta e avanza, che noi se stiamo 3-1 e prendiamo il 3-2 magari ci impauriamo e rischiamo il 3-3 invece di andare a fare, di rabbia, di prepotenza, di classe, il 6-2. E non è che costui faccia autocritica, ma anzi: si identifica, come il siciliano di Vitale.

Bene. Io non sono siciliano, ma se lo fossi sarei il siciliano Peppino Impastato, non vorrei identificarmi con chi si pone un limite e ne va fiero, perché incapace di oltrepassarlo quel limite, no: io sarò sempre per valicarlo quel limite e se non ci riusciremo, e non ci riusciremo se le cose non cambieranno, sarò sempre il Salvo Vitale che queste cose le ricorderà a tutti, compresi quelli che l'Europa è un territorio inutile da esplorare e da conquistare, perché condizionato, eventuale, casuale, improgrammabile... E via, e ancora, sempre le stesse...

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