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Attualità di E. LOFFREDO del 27/10/2021 08:09:00
Agnelli e la ricerca del consenso

 

Da una settimana assistiamo alla recrudescenza della macchina dell'insinuazione contro la Juve e da ultimo abbiamo visto lo schiaffo (dato non solo alla Juve) assestato con la decisione della Lega di A di far disputare la Supercoppa a Milano e non a Ryad come precedentemente previsto (vedi le dichiarazioni degli organizzatori sauditi, che davano per certa la data del 22 dicembre).

Questi ultimi episodi sono le perline più recenti infilate sull'infinito filo della collana antijuventina, e hanno prodotto una reviviscenza del fastidio di molti tifosi per la passiva accettazione da parte di Juventus FC SpA. Si badi, non è la richiesta di rispondere a un Alvino o a un Pistocchi qualsiasi (per quello bastano gli epigoni juventini), ma la perplessità nel vedere tanta indifferenza per una scelta -quella di disputare la Supercoppa a Milano il 5 gennaio- che va nella direzione di favorire una determinata squadra e addirittura di far perdere alla Juve gli emolumenti garantiti dalla programmata trasferta a Ryad.

Ricordiamo il neoeletto presidente Agnelli che si presentava ai tifosi pretendendo la "parità di trattamento", che invocava i "caschi blu dell'UEFA", che chiedeva la revoca del cartone all'Inter. Cose che molti rancorosi chiedevano e ancora sperano (insieme a una chiara richiesta di restituzione degli scudetti). Quelle rivendicazioni divennero i pilastri del consenso del subentrante massimo dirigente. Un consenso ampio, che seppe riunificare il tifo bianconero. Ci fu addirittura la fortunata congiunzione di eventi che rese disponibile il nuovo stadio, il posto dove esternare e manifestare al mondo quel nuovo corso che a chi scrive sembrava prepotentemente juventino.

Poi? Poi cominciarono ad arrivare i successi: uno, due, tre scudetti, stadio inviolabile, record di punti. E quattro, cinque, sei, le Coppe Italia, le due finali di Champions. Il Presidente godeva ormai di un consenso svincolato dagli iniziali battaglieri propositi di giustizia. Agnelli in Italia era corteggiato da chi voleva vendergli questo o quel presunto campione, aveva tessuto amicizie europee che lo avrebbero portato fino alla presidenza dell'ECA.

Questo aveva fatto tornare antipatica la Juventus e rimesso in moto la macchina del letame, che per la semplice polemica da bar sport può non interessare, ma fertilizza il terreno utile alla squalifica dell'allenatore, alle multe per un innocuo "merda" urlato in modo collettivo, o porta i massimi dirigenti davanti alla Commissione antimafia del Parlamento.

Solo quando è stato coinvolto in prima persona il presidente la società ha emesso un comunicato per rispondere ai professionisti delle offese alla Juve. Nelle ultime settimane la Juve non è intervenuta neanche per chiedere rispetto per un proprio tesserato destinatario di incivili insulti razzisti.

Nell'ultimo periodo, forse anche perché non ci sono le prospettive dell'ultimo decennio, molti tifosi esternano in modo più esplicito il proprio dissenso per l'atteggiamento societario. Il consenso presidenziale, già leggermente intaccato per la questione Super League, forse non è più così solido. Il tifoso è volubile, a Torino si è confidato molto sulle vittorie a ripetizione per mantenerne l'approvazione, ma che succederà quando i successi mancheranno?

In questi anni è stata curata poco la difesa mediatica e sportiva della juventinità. Una carenza previdenziale che probabilmente Agnelli sarà chiamato a pagare in termini di consenso, quel consenso che a noi sembra tanto piacergli.

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