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Attualità di N. REDAZIONE del 03/05/2022 07:20:15
TRA PALCO E REALTA’

 

di L. Bottura

“Abbiamo assistito l’altro ieri ad una partita straordinaria, tra Manchester City e Real Madrid, ieri ad una partita che ha visto prevalere il Liverpool con un gran gioco offensivo…”. Così parlò Andrea Agnelli, in occasione della lunga intervista recentemente rilasciata a Il Foglio, che più d’una perplessità ha sollevato e di cui ci limiteremo ad analizzare solo qualche aspetto.

Anzitutto, come conciliare la suddetta affermazione - che testimonierebbe l’ammirazione per un certo tipo di calcio - con l’elogio della “teoria del corto muso”, lo scorso anno in sede di presentazione del nuovo allenatore, ed ora con la sostanziale conferma di Allegri sulla panchina della Juventus? "Il progetto Allegri è molto valido” – dice infatti Agnelli, con apparente convinzione, perché è proprio grazie al mister se oggi la Juve ha ritrovato solidità.

Ma sono proprio i numeri, quegli stessi che una volta servivano a giustificare l’operato di Allegri, a smentire queste parole: dimostrando ad esempio che – a livello di trofei e piazzamenti – il buon Max non potrà neppure eguagliare i risultati ottenuti dal suo predecessore, esonerato dopo un quarto posto in campionato, un ottavo di Champions, una Coppa Italia ed una Supercoppa italiana (quella che ad Allegri è appunto sfuggita di mano). Per non parlare poi di colui che – dopo un anno definito “di m…” - venne mandato via nonostante uno scudetto cucito sul petto.

Che la differenza di trattamento stia nella durata del progetto di “ricostruzione” affidato al livornese? Può darsi: ma ancora una volta ci si scorda di precisare quali siano le tappe intermedie di questo progetto pluriennale, e di illustrare la meta finale alla quale si dovrebbe poi approdare: a primeggiare nuovamente - e solamente - in Italia? Probabile: perché se è vero che “ogni trofeo conta”, è vero anche che “il più importante di tutti” resta comunque il campionato, “perché fotografa il più forte della stagione”. D’altra parte, “le competizioni a eliminazione diretta o andate a ritorno possono esser figlie di 20 minuti e non sempre la più forte vince”.

E già: come se una partecipazione in Champions fosse solo una questione di appeal, di prestigio, come sostiene il Presidente, e non anche d’introiti. E come se una eventuale vittoria dipendesse solo dalla casualità, e non si potesse invece programmare o preparare – non solo dal punto di vista atletico - adeguatamente: proponendo ad esempio un gioco offensivo come quello delle squadre che ogni anno, alla fine, vincono. Che - caso strano - sono poi sempre le stesse: quelle che primeggiano appunto nei rispettivi campionati nazionali, ma che considerano un eventuale “scudetto” solo un lasciapassare per l’Europa.

Non così, purtroppo, per Andrea Agnelli, i cui rimpianti – quest’anno – sono tutti rivolti all’ultima partita giocata con l’Inter, quella che - se avessimo vinto - “oggi ci avrebbe messo a pari punti con loro” e che invece “ha portato a giudizi diametralmente opposti sulle due stagioni”. Poco male, potremmo dire, visto che grazie agli ottimi rapporti personali che intercorrono con Marotta e Zhang il Presidente arriva perfino a concludere di “voler abbastanza bene all'Inter”. Il che – com’egli osserva - è davvero “particolare”. Perché noi ricordiamo ancora bene lo sconcerto che presso la tifoseria bianconera suscitarono le parole dell’allora allenatore Antonio Conte, che nel marzo del 2013, rivendicando il suo essere professionista, dichiarò che il giorno in cui avrebbe lavorato per l’Inter (o per il Milan, la Roma o la Lazio) ne sarebbe diventato anche il suo primo tifoso. Si sentirono tutti traditi, ancor prima che il tradimento venisse effettivamente consumato. Ed oggi, alle parole di Agnelli, come si saranno sentiti?

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